Siam partiti per Valencia con mille aspettative. La nuova Barcellona, l'Expo, l'Americas Cup, e l'architettura e l'Oceanografico e il porto e le spiagge e questo e quello.
Siamo scappati dopo sei ore.
Valencia è una città fantasma. Intendo dire, a parte le poche vie centrali, dove la gente va e passeggia come in tutte le altre metropoli del pianeta, dove ci sono strade e piazze e bar e negozi e chiese e fontane, il resto è di una desolazione disarmante. Sul lungomare non c'è anima viva. Sulla
spiaggia, noi e due cani. Vabbè che è venerdì pomeriggio e non domenica. Però.
Le costruzioni per l'Expo sono immensi
mostri grigi metallici in una zona depressa periferica subindustriale. Esattamente ciò che accadrà a Milano. E' difficile pensare che ventotto milioni di visitatori (tanti sono previsti dalla signora M) giungeranno a Milano per assistere ad un Expo sorto tra le aree di Pero e Mazzo di Rho, qualunque cosa ci costruiscano in mezzo. Non per polemizzare sulle bellezze di Pero; ma certo non è Versailles.
Così, dopo ore a girovagare alla ricerca di contatti umani (trovati infine al Corte Inglés) e di una ragione una per dire
urca, come si è trasformata Valencia!, abbiamo lasciato la città, diretti verso Nord. E un ragionevole dubbio s'è insinuato sulla possibilità di una città di risollevare le proprie sorti economiche-culturali-sociali, grazie ad un Expo universale. Che non tutte le amministrazioni sono come quella di Barcellona. Sfortunatamente.