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La scalata a Delta.

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In genere non volo Delta. Preferisco Cruccthansa. O, se ci volo, sbatto tutte le miglia accumulate (circa undicimila coi voli economy transoceanici; un fantastilione con voli transatlantici business) sul conto Alitalia.

Poi un mese fa, la svolta. Dimentico di addebitare il malloppo sul conto Freccia Alata. Circa ventimila miglia vanno su Delta SkyMiles. Poi Alitalia defunge (o quasi; ma nel mio cuore è già passata a miglior vita; e certamente non rischio oggi altri milioni di miglia con la compagnia di bandiera). E così ha avuto inizio la scalata a Delta.

Un mese fa mi arriva la tessera Delta. Tutto normale, dico io. Diciotto mila miglia in un botto, mica  c****.  Poi dopo due settimane mi arriva la Gold. Mica la Silver. No. La Gold. Una tessera SkyMiles Gold di un bel colore rosso dorato con l'aggiunta dei gadgettini pei viaggiatori Gold. Porta biglietti in pelle. Buoni per free drink. Un errore. Si son sbagliati. Senza dubbio. Ma non è finita. Ieri. L'apoteosi. La Platinum Medallion. Roba da viaggiatori elite spaziotempo. La carta nera Delta SkyMiles Platinum Medallion. Luccicante. Con sedici buoni per free drink. E una ventina di free upgrade su classi business o first. L'a-p-o-t-e-o-s-i.

Adesso mi aspetto una telefonata dal CEO. Poi qualche migliaio di stock options via posta. Infine l'invito ad entrare nel CDA. E adesso, vado. Ci sentiamo tra qualche giorno, da Atlanta.

Piesse. Avranno fatto casino. Ci vogliono ben 75 mila miglia per diventare strafigo Platinum. Io sono un nazionalpopolare da diciottomila. Avranno sicuramente fatto casino.
Allora, le cose sono andate così. Io chiedo al capoccia della comunicazione mondiale di pubblicarmi sul sito corporate un comunicato stampa di un contrattone galattico firmato in terra spagnola (nota per i neofiti: l'azienda è Californiana, io vendo software e sono responsabile in EMEA). Hanno appena pubblicato un bel comunicato di un simile contratto firmato in Virginia e allora mi farebbe un gran piacere vedere la stessa storia per la Spagna.

Lui mi risponde che non si può fare. Gli chiedo perchè e mi scrive che il comunicato della Virginia è stato pubblicato sul sito corporate perchè la Virginia è in Nord America. La Spagna però no. La Spagna non è in Nord America (no, dai) e allora non si può pubblicare. Meglio, si può pubblicare, ma sul sito Italiano.

Io allora gli spiego che non c'entra un cazzo pubblicare un comunicato di un contratto spagnolo in Italia. Casomai me lo pubblico in Spagna. Anzi, in Spagna lo pubblico di sicuro, ma il fatto è che il sito di Corporate è il sito di tutti i paesi del mondo, e io voglio vedere il fottuto comunicato pubblicato lassù.

Lui mi risponde e mi dice che non è chiaro. Allora gli faccio l'esempio. E' come chiedere al Messico di pubblicare il comunicato di un contratto Brasiliano. Come chiedere all'Antartide di pubblicare il comunicato di un contratto del Polo Nord. Che cazzo c'entra? Non c'entra, no? Lui mi risponde che si, c'entra. Messico e Brasile sono in Sud America e quindi c'entra. Per la stessa ragione c'entra pure tra Italia e Spagna.

Vabbè. Io avrò anche fatto l'esempio sbagliato. A questo punto fanculo, il comunicato me lo pubblico pure sui siti di Malta e della Serbia, e anche del Lussemburgo e dell'Ucraina, visto che ci sono.

Ah. Quelli del Marcom. Non si smentiscono. Mai.

Supporto Tecnico.

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Storie di ordinario Supporto Tecnico.

Caller: Hey, can you help me? My computer has locked up, and no matter how many times I type eleven, it won't unfreeze.
Agent: What do you mean, "type eleven?"
Caller: The message on my screen says, "Error Type 11!"
--------------
Caller: So, I'm having a problem with my mouse? It's, like, squeaking? (nota: squittire)
Agent: I'm sorry, did you say squeaking?
Caller: That's right. The faster I move it across the screen, the louder it squeaks.
Agent: I'm sorry--are you pressing your mouse up against the screen?
Caller: Well, sure! There's a message that says, "Click here to continue!"

Il resto è qui, via NYT.
Cinque del mattino. Jetlag in agguato. Pensavo all'altra sera, a Milano. L'altra sera giocavo con Asia alla cassa dell'Esselunga (*), che volete, tocca a tutti prima o poi intrattenere i propri figli col gioco della cassa dell'Esselunga, quando la cosa ha preso una piega inaspettata. Mi ha preparato al gioco suggerendomi (strongly suggesting) un paio di regole da seguire che facevano pressappoco così:

  1. tutto costa cinque euro. Il latte 5 euro, il formaggio 5 euro, l'insalata 5 euro, una bottiglia di Brunello 5 euro e così via. Il che può non essere conveniente per alcuni prodotti, pane, rapanelli, tamarindo, ma vi vedo già io a comprare caviale, chianina, porto e brunello a 5 euro.
  2. (e questa è la parte rivoluzionaria) non è l'acquirente a pagare. E' chi sta alla cassa.
Il che è fighissimo, se ci pensate. E potrebbe risolvere tutti i problemi economici del paese, ristabilendo il depresso potere d'acquisto delle classi medie e mettendo finalmente sotto controllo l'inflazione (tutto a cinque euro forever). Certo, le commesse potrebbero non essere d'accordo, ma non mi sembra francamente una problematica da discutere in questa sede.

(*) dicesi gioco della cassa dell'Esselunga quel gioco di ruolo in cui: tu fai la cassa e la controparte fa l'acquirente (o viceversa, chiaro).

Uòlter Obama.

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Era il duemilaotto, la primavera si preparava a investire l'emisfero settentrionale e il governo Italiano era appena caduto. La sinistra in frantumi, le schegge impazzite non erano rinsavite, Mastella dormiva sogni tranquilli. Ma Uòlter no. Uòlter era lì, sull'orlo di una crisi di nervi, pronto a esplodere. Si era preso un giorno di relax. Era in cucina. Voleva preparare la frittata ai porri, la sua specialità, così, per rilassarsi un pò. Ma ogni scusa era buona per una sfuriata.
C'è un porro solo! Un porro solo! E la mia frittata? Un fottuto porro solo! Porro solo! PORRO SOLO!!!
Proprio in quel momento il principe dei giornalisti italiani, Paolo Guzzanti, passava sotto casa di Uòlter. Com'è, come non è, sentì le urla e le interpretò a suo modo. L'indomani tutti i quotidiani annunciavano "Uòlter: corro solo!". In pochi giorni le preferenze al Piddì si moltiplicarono. Gli Italiani non si capacitavano dell'esistenza, in suolo patrio, di un leader decisionista come Uòlter. Cazzo, lui corre solo! E le preferenze si impennarono. Quindici. Diciotto. Venti. Trentasei. Quaranta. Cinquantasette per cento. Berlusconi non si capacitava. Per far fronte alla valanga democratica assoldò AN, Lega, Liga, UDC, AC/DC, DI, LD, LSD e l'onnipresente Mastella. Fino alla vigilia delle elezioni. Uòlter si godeva la vittoria annunciata. Era in cucina. Ma come al solito, c'era qualcosa che non andava.  Stava preparando un fritto misto, un'altra sua grande specialità, e mancavano - santo cielo! - gli ingredienti per la pastella. Uòlter iniziò l'ennesima sfuriata.
La pastella! Cazzo, la pastella! Voglio la fottuta pastella! Pastella!!! VOGLIO PASTELLA!
Proprio in quel momento il principe dei giornalisti italiani, Paolo Guzzanti, passava sotto casa di Uòlter. Com'è, come non è, sentì le urla e le interpretò a suo modo. L'indomani tutti i quotidiani annunciavano "Uòlter: voglio Mastella!". Tutti sappiamo come andarono le cose. Gli Italiani si sentirono traditi. Uòlter raggiunse a malapena il tre percento dei voti. E un raggiante, fresco, rinnovato leader si affacciò alla finestra politica Italiana: il signor Silvio Berlusconi.

Ode a Clemente. Una storia vera.

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Era il duemilaettrè e mi accingevo (che si può scrivere accingevo su un post? si può?) a chiudere il primo dei due anni che mi avrebbero portato a conseguire (e conseguire lo posso scrivere?) il mio MBA nella bìsnes scùl più prestigiosa e trendy d'Italia. Ecco, erano le nove di sera e l'ultima lezione del Professor Spirogalli (nome chiaramente artefatto) si era appena conclusa. Qualche giorno dopo, l'esame. Spirogalli non era uno dei migliori. Era un mediocre. Insomma, un cosìcosì. Ne bene ne male. Ne carne ne pesce. Ebbene, Spirogalli ci diede le ultime raccomandazioni. Poi il suo sincero in bocca al lupo. E per finire ci consegnò un foglietto azzurrino, formato aquattro, lo tengo ancora da qualche parte tra i libri del corso, con un testo che faceva pressappoco così.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
(....)

L'inglese lo domino.

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Colloquio telefonico. Posizione da Account Manager. Roma e dintorni.

  • (...) Intervistatore. Bene, mi dica allora per quale ragione dovremmo assumerla.
  • Sa, ho contatti nella Margherita, io.
  • Int. Prego?
  • Ho contatti politici.
  • Int. E quindi?
  • Beh, sa come funzionano queste cose.
  • Int. No, non lo so. E mi interessa poco. 
  • Nella pubblica amministrazione, questo è il vantaggio che avrebbe ad assumermi.
  • Int. Andiamo avanti per favore. Parliamo un pò in inglese, adesso.
  • No, grazie, preferirei di no.
  • Int. Guardi, non ha capito. Non è un'opzione. Le sto chiedendo di parlare in inglese, adesso.
  • Ah, certo. Ma io l'inglese lo domino.
  • Int. Se lo domina, allora continui in inglese.
  • Le assicuro che non è necessario.
  • Int. Continui in inglese, non se lo faccia ripetere.
  • So leggerlo e capisco i termini tecnici, che bisogno c'è di parlarlo?

Ora, potete immaginare come il colloquio si sia concluso.

Ai confini dell'Impero Shengen (*).

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(*) Il post è stato pubblicato sulla blograccolta natalizia Il Post sotto l'Albero a cura dell'aggregatore vivente Sir Squonk. Scaricabile qui, in formato pidieffe (la raccolta, non Sir Squonk). Ora, non chiedetemi cosa c'entri il post col Natale, please. Anch'io sono tutt'ora alla ricerca di una risposta.

Neo Zurigo Nord. Regno Indipendente Elvetico. Ai confini dell'impero Shengen. Spazioporto. E' una città deliziosa, in fondo. Mi ricorda tanto i bei tempi. Quando ero ragazzino. Fa venire in mente le città europee del ventunesimo secolo. Così diversa dalle capitali meridionali dell’Impero. E dagli infiniti agglomerati urbani dei Territori Centrali.

Dopo le tre guerre nucleari (la prima, a causa delle armi di distruzione di massa di Saddam, ritrovati in Corea del Nord; la seconda, ancora a causa delle stesse armi di distruzione di massa misteriosamente scomparse a PyongYang e, altrettanto misteriosamente, ritrovate a Teheran; la terza, a causa di una maglietta anti-Allah indossata da un vecchio proconsole della regione Padana del Nord). Dopo le tre guerre, dicevamo, e la successiva annessione dei territori Europei, la ex Repubblica Elvetica aveva scelto l’indipendenza formale sotto la corona di Umberto V (che in realtà era il primo sovrano, ma che affermava di aver ricevuto la corona da quattro Dei pagani).

Zurigo non è cambiata negli ultimi cinquant’anni. Anche lo Spazioporto non è cambiato. Il software è stato aggiornato. Umani sono stati sostituiti con droidi. Ma l’atmosfera è sempre la stessa. Lieve, tranquilla, leggera. Siamo ai confini dell'Impero.

Post sotto l'Albero duemilasei.

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E' arrivato. Anche quest'anno. Grazie al solito Squonk, l'aggregatore vivente. E' qui. E' il post sotto l'albero duemilasei. C'è anche un post del sottoscritto. Che non ha un accidente a che vedere col Natale. Ma che volete. E' arrivato. Che Natale sarebbe stato, altrimenti.

Attraversando Parigi Est.

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Parigi. CDG (sidigì). Charle de Gaulle. Taxi. L'essere scende dal veicolo. Geneticamente modificato. L'essere, non il veicolo. Frutto di un innesto multiDNA. Arabonippoafrocoreano. Non parla inglese. Non parla francese. Neppure spagnolo. La sua lingua è quella della periferia dell'agglomerato. Entro. Si parte. Dieci euro. Siamo fuori dall'aeroporto. Venticinque euro. Sull'highway che va verso il centro. Trenta euro. Novotel, Accor, Ibis, Carrefour. Quaranta euro. Ancora Novotel, Carrefour, Mercure, Accor, Ibis. Quarantacinque euro e venti. Ennesimo Novotel. Scendo.

Mi dicono: costa duecento a notte ma se hai la carta Novotel spendi centoquarantasei. Come se io dicessi al mio ospite bielorusso in Italia: la spesa la paghi trecento ma se c'hai la carta Esselunga ti viene solo centocinquanta. E perchè mai dovrei avere la carta Novotel? Perchè. Catena francese. Multinazionale, certo, ma sempre francese. Io sono Italiano. C'è un solo Novotel a Milano. Ce ne sono ben pochi in tutto il Belpaese. Perchè dovrei avere la carta, io. Perchè chiedono la carta Novotel a me, Italiano. Chiedetemi la carta Esselunga. Quella Upim. O non chiedetemi niente e fatemi pagare i fottuti duecento euro.

Riprendo il taxi. Dieci euro. Novotel, Accor, Ibis, Panorama. Venticinque euro. Novotel, Mercure, Accor, Ibis, Carrefour. L'essere si ferma. Parla l'agglomerolingua. Saluto. Entro. Carrefour. Compro. Pago quarantacinque. Mi dicono: costa quarantacinque ma se hai la carta Carrefour spendi trentasei. Ma perchè. Perchè mai dovrei avere la carta, io. Perchè chiedono la carta proprio a me. Perchè. Dannati francesi, perchè.

Esco. Arriva il taxi. Scende l'essere. Lo mando a quel paese. Nella sua lingua. Me ne torno a piedi. Attraversando Parigi Est.

Milanomillenovecentottantasette.

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Milanomillenovecentottantasette. Settembre. Il marmo del Duomo è scuro, quasi nero, non c'è ancora l'Isipil e la parola Osama evoca nell'immaginario collettivo pennarelli e altri utili oggetti di cancelleria. Diciannove anni. Appena arrivato in città. Due settimane prima avevo completato i test di ammissione al Politecnico. Mi consigliavano di non intraprendere la carriera di ingegnere. Non avrei dato loro retta. Avevo affittato un microlocale in Piazza Aspromonte. Una quarantina di metri quadri. Una reggia. Non potevo immaginare che anni dopo sarei andato a vivere in un appartamento quattro volte più grande. Alle porte dell'agglomerato.

A Milano fa freddo e c'è ancora la neve. Le nevicate bloccano Linate, unico aeroporto della città, costringono le scuole alla chiusura e danneggiano i palazzetti dello sport. Anni dopo la neve sarebbe del tutto scomparsa e non ci sarebbero state più differenze (climatiche) tra Milano e Bombay. Vado al Poli facendo due passi a piedi. Gran Sasso, Piola, Pacini. O, se le condizioni metereologiche sono particolarmente avverse, prendo il metrò. Una fermata. Milano ha due linee ed è la città più metropolitana d'Italia. Anni dopo avrebbero inaugurato la terza linea eppoi il passante ferroviario e ancora i collegamenti suburbani con le periferie.

In casa ho un telefono fisso. Fisso, nel vero senso del termine. E' fissato al muro. E' uno di quei telefoni grigi. Telecom [era SIP, in realtà, vedi commenti]. I numeri si compongono con la rotella. Anni dopo i cellulari e la fibra avrebbero cambiato la vita del genere umano. Non ho un PC. Nessuno ha un PC. A distanza di due anni avrei comprato il mio primo Olivetti. Grazie alle cambiali di mio padre. Anni dopo le cambiali sarebbero scomparse, per far posto a carte di debito e credito e a metodi più comodi di pagamento rateale.

Il Chicco MBA.

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Laurea? Non basta. PhD? Ah. Figuriamoci. MBA? Ridicolo. MBA all'INSEAD con il massimo dei voti e pacca del Dean sul sedere? Non fatemi ridere.

Per poter montare il seggiolone Chicco in auto ci vuole un diploma speciale. Il Chicco MBA. Anni di studio. Terribile. Esami su esami su esami. Solo l'uno per mille ce la fa. A diventare Chicco MBA. Io ce la sto mettendo tutta. In foto mostro uno degi esami più tremendi. Ideogrammi da interpretare. Ci provo, eh. Eccomi, si. Ci provo.

6-7-8-9. Infilare le cinture da destra a sinistra e poi da sotto a sopra, lasciandole penzolare;
10. Farle scomparire poi nelle due fessurine.
11. Puf! Tirarne una.
12-13. Farle ricomparire e annodarne una sul retro.
14. In piedi. Su!
15. Spiaccicare il seggiolone. Accertarsi che non ci sia il bimbo seduto.
16. Scuotere il seggiolone. Accertarsi sempre che non ci sia il bimbo seduto.
17. E il gioco è fatto!

Sembra che il trucco sia nello spiaccicare benbene. E adesso torno a studiare, suvvia. Terribili, gli esami per il Chicco MBA.

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