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Le razze di Airworld

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Viaggiando mi sono riscoperto razzista. Profondamente razzista. No, non è odio. Neppure fastidio. Studio accurato, lo definirei, di come evitare una selezionata parte della popolazione di Airworld. Un sentimento che non è rivolto alle razze, nella comune definizione del termine; ma a quelle categorie di viaggiatori o di personaggi che incrocio, volente o nolente, durante i miei mille spostamenti. E il cui comportamento introduce imprevedibili variabili di caos o di scostamento dalle rigide regole di Airworld.

Isolato? Diceva George Clooney alla sorella, al telefono, attraversando un aeroporto nordamericano, nel film Up in the Air. Isolato? Sono accerchiato! Ecco. Il razzismo ad Airworld nasce dal tentativo, a volte disperato, di limitare al minimo questo continuo accerchiamento. E di mantenere il proprio spazio vitale, le proprie abitudini, i propri tempi. In un universo di milioni di viaggiatori.

Ad esempio, evito i mediorientali in coda al controllo passaporti. Perchè il tempo di controllo per questi signori sarà sistematicamente triplo rispetto a quello degli occidentali. Evito gli anziani al controllo bagagli. Perchè passeranno sistematicamente, con le monetine in tasca, e poi con la cintura, e poi col portafogli, e poi con la giacca, e per finire, passeranno. Evito, sempre, ai controlli bagagli, i viaggiatori inesperti. Li si riconosce ad un miglio di distanza. Sono lenti. Lenti. Lentissimi. Di qualsiasi età. I ragazzi sono i peggiori. Passano col giubbotto colle borchie e restano li, ebeti, quando le sirene dell’aeroporto suonano al loro passaggio. E dicono: ah, non lo sapevo. Evito ogni tipo di essere umano al check-in; il web check-in è un must. E se per caso non riesco a far le cose in anticipo su web, preferisco avere a che fare con una macchinetta. Niente coda. Niente interazioni. Rilascia la carta di imbarco. Arrivederci. E via.

Ma la razza che odio più in assoluto sono i tassisti. Non tutti. No. I tassisti francesi. Mica tutti, però. I tassisti francesi parigini. Li odio.

I tassisti parigini non parlano francese. Non parlano neppure inglese, e neppure italiano e neanche spagnolo. La loro lingua è l’arabo. A volte il pakistano o l’indi. Spesso i dialetti africani. I tassisti parigini fanno finta di non capirti; o magari non ti capiscono sul serio, non so. I tassisti parigini si incazzano se la tua meta è vicina all’aeroporto. Si rifiutano di prenderti su. Si rifiutano di venire a prenderti se hai chimamato un radiotaxi. Si rifiutano di venire a prenderti se il ristorante non si trova nella loro zona di pertinenza. Si rifiutano di venire a prenderti se l’hotel non è centrale. Insomma, si rifiutano.

I tassisti parigini hanno il GPS. Ma non lo usano. Vanno a tentoni. Tornano indietro. Chiedono. Girano intorno alla meta, come un avvoltoio, senza mai arrivarci. E non puoi chieder loro di usarlo, il navigatore. Perchè non capirebbero la tua lingua. Ormai qualche trucco l’ho imparato, per neutralizzare questa razza. Non dico mai dove vado, se non sono già dentro al taxi. Meglio se il taxi è già partito. Spesso prendo il GPS e inserisco l’indirizzo. A quel punto non potranno sbagliarsi. Insomma, con questi, in un modo o nell’altro, me la cavo.

Restano i meganoidi, i mutati e gli abitanti di Tannhauser. Che sono le razze peggiori di Airworld. Dopo i tassisti parigini, naturalmente.

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