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Cronache di Gerusalemme

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Di Guy Delisle avevo parlato qui, la bellezza di quattro anni fa. Adesso ecco una sua nuova graphic novel. Il 4 Aprile, per la precisione. Il Corriere la pubblica in anteprima. Un episodio al dì. Per un mese.

Lipton e cowboys

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Potevo essere il primo Italiano al mondo a visitare Chattanooga, Tennessee, ed invece sono capitato a Nashville, forse nota per cowboy e live music, a tre ore dalla mitica capitale del the Lipton. Conferenza. In quello che dicono sia l’11mo hotel del pianeta, con 3,000 stanze, 13 ristoranti, cascate interne e insomma, altre cosette del genere.

Sono partito all’alba da Malpensa, ormai spettrale, per evitare lo sciopero Alitalia, un paio di giorni fa. Dopo l’addio di Alitalia/CAI (ricordiamolo: il piano spaziale di salvataggio di Alitalia, sponsorizzato dal nostro disgraziato premier – o ex premier, vedremo – salvò si Alitalia; ma condannò a morte Malpensa, che da hub del Nord si è ridotto ad essere a hub del varesotto), dopo l’addio di Alitalia per Fiumicino, si diceva, anche Lufthansa ha abbandonato lo scalo. Restano voli diretti per la Germania, tutto il resto, puf, svanito. Svaniti i voli per Londra, quelli per Parigi,, quelli per le altre capitali, e poi Lufthansa Italia, tutto cancellato.

Anche AirFrance ha chiuso i battenti: ha trasferito i voli per Parigi a Linate; restano quelli per le città minori, Lione, Marsiglia, eccetera. KLM è pronta a far lo stesso. Le hostess KLM sono in ansia ed in attesa dell’annuncio da parte della compagnia.

E vabbè. Prendo il volo che mi permette di tornare ad essere Freccia Alata dopo tre anni e arrivo a Nashville. Le hostess a bordo rispecchiano l’ormai collaudato canone geriatrico dei voli Europa-Stati Uniti, e quando chiedo se c’è wi-fi a bordo mi rispondono di controllare il menu. Insomma, arrivo. Tre giorni di conferenza. Stasera, infine, cena a fianco al music hall dove si terrà il 45mo Country Music Award, una specie di MTV award per cowboys. Insomma, questa roba qui.

Il Che spiegato ai bimbi

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Durante il weekend, complice l’ennesimo ritorno a Milano di caldo umido estivo, sfoggio una mia vecchia tshirt del Che, presa a Cuba chissà quanti anni fa. In un self-service in centro, la signora addetta ai secondi guarda Asia e le dice:

Mi raccomando; poi fatti spiegare bene da tuo papà chi era quel signore sulla maglietta.

Ci stiamo lavorando. Rispondo io. Poi prendo una poco rivoluzionaria porzione di patatine fritte e mi avvio alle casse.

Recreational violence

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Ora, io sono alle Scimmie e mi bevo l’ultima birra e son da solo e non è che abbia poi tutta questa gran voglia di conversare con qualcuno, specialmente con sconosciuti. Ma compio un errore madornale. Un errore di cui mi pentirò presto. Parlo in inglese. E così un tizio (inglese) comincia ad attaccare bottone (in inglese) e a raccontarmi di lui, della sua vita e del suo vagabonding (un dilettante in confronto al sottoscritto). E poi inizia il tormentone: i riots a Londra e la recreational violence.

In breve mi spiega che: non c’è nessuna ragione per cui ci sono stati i riots (disordini) a Londra, un mese fa. Che Londra non è la Francia (dai!), che non ci sono ragioni sociali nè razziali e che tutto è molto più banale di ciò che Italiani e Francesi pensano – la ragione vera di tali disordini è che la società inglese è permeata da recreational violence. Che in breve significa: la gente che ha fatto casino, che ha fatto battaglia  per strada contro le forze dell’ordine per 5 notti, che ha messo a ferro e fuoco Londra, Birmingham, Manchester, e non ricordo più quale altra città dell’isoletta, non lo ha fatto per ragioni sociali, o razziali, o socio-razziali, o razzo-sociali, o religiose, eccetera. Lo fa hatto essenzialmente perchè si annoiava, perchè finalmente aveva trovato qualcosa da fare, insomma, perchè aveva bisogno di un diversivo, seppur violento: recreational violence.

Che poi è una tesi poco sofisticata, ma interessante. UK non ha mai avuto rivoluzioni, negli ultimi secoli. Non ha la storia rivoluzionaria francese alle spalle. Non è passata da periodi di lotte sociali, come altri paesi occidentali hanno fatto. Ha storia recente di disordini . Hooligans. Qualche protesta di studentelli. Disordini apparentemente razziali. In realtà tutto dovuto, secondo le teorie del mio nuovo amico, a continue e ripetute vampate di recreational violence.

Vera o meno, la tesi porta a ragionarci su, soprattutto se articolata da un britannico. Epperò spero che il britannico che l’ha articolata si sbagli. Perchè sminuire le ragioni delle tensioni sociali fino a dire che è tutto dovuto al bisogno di divertirsi in modo violento è poco rispettoso per le aree sociali che hanno visto gli assalti della polizia e poi hanno scatenato il putiferio. E’ poco rispettoso per la storia del Paese. Ed è poco rispettoso per la città stessa e per i suoi abitanti.

Note dalla Florida

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Ho passato cinque giorni a Miami, senza metter piede fuori dall’Hotel. Meeting, workshop, meeting, keynote, video, workshop, fine. Taxi, aeroporto, airworld, casa. Ho intravisto downtown. Le ville, incredibili, sulla laguna. Almeno la metà, disabitate. La Florida è lo stato più colpito dalla crisi. Il prezzo delle case è crollato del 35% in tre anni ed è pur sempre uno dei più alti del paese. Il turismo ne ha risentito. Il turismo dei convegni è quasi sparito.  Jane, la signora che ci viene a dare il benvenuto all’aeroporto, dice che lavorerà tutta l’estate, o per lo meno lo spera, pur di racimolare qualcosa. In passato la sua agenda di convegni era piena, con più di un anno di anticipo. L’estate la passava fuori dalla Florida, in vacanza.

Da tre settimane abbiamo un nuovo CEO. L’effetto domino ha già rivoluzionato i primi due livelli dell’azienda, e adesso tocca al mio. Credo di non aver mai visto tanti cambiamenti (ma no, non chiamamole riorganizzazioni; sono evoluzioni) come negli ultimi due anni. Posso ritenermi un esperto, ormai. Whiskey scozzesi e riorganizzazioni evoluzioni aziendali.

Airworld è il luogo in cui ormai passo il più del mio tempo. Il che non è certo una brutta cosa. Per me non è più solo uno stato fisico; è decisamente uno stato mentale. L’altro giorno, ad esempio, ho fatto colazione mentre le cime delle Alpi, illuminate dal sole ma ancora innevate, mi passavano a fianco. Poi ho letto un titolo sul signor B e sulle sue escort, la colazione mi è andata di traverso e una serie di nubi ha coperto lo spettacolo (magnifico) che avevo sotto di me.

Da due ore sono di nuovo in volo. Prendo il moleskine, con le note del meeting e i disegni organizzativi dettati dalla nuova strategia aziendale. Ho otto ore di tempo e devo decidere se dedicarmi al relax o alle cose serie. Scelgo le seconde. Accendo il video e mi preparo. Sta per iniziare Il Grinta.

La Chiesa e le Principesse

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Ieri eravamo in centro nell’aggregato, per fare due passi e per dare un occhio al miserrimo carnevale ambrosiano, che scorreva tristemente, con pochi lampi di genio. Le mie due principesse hanno espresso il desiderio di visitare l’imponente Castello Bianco che si ergeva di fronte a noi. Non è stato facile fendere la folla e giungere all’ingresso del Castello. Coda, con altri bambini in maschera, per entrare al Castello. Poi, una volta all’ingresso, un vecchio bacucco ci ha fermati esclamando con piglio, appunto, da vecchio custode di un Castello:

No! Le mascherine non posso entrare in Duomo!

Così abbiamo fatto marcia indietro, e siamo stati costretti a uscire. Le principesse mi hanno chiesto spiegazioni, una delle due aveva le lacrime agli occhi per essere stata sbattuta fuori, ed io, che stavolta non volevo infierire sull’istituzione giurassico-ecclesiastica, mi sono comportato bene e mi sono limitato ad un mesto non lo so; ma non preoccupatevi, ci torneremo. Francamente, di tornarci, non è che ne abbia voglia. Che istituzione è una Chiesa che vieta l’ingresso ai bambini in maschera? Come se godesse oggi di consensi e seguito di folle oceaniche tra gli under quindici. Ma tant’è. Senza logica. Voi ne trovate una? Come rifiutare il futuro e annientarsi con le proprie mani.

L’esperto di whisky

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Alla fine del 2009, era Novembre, più o meno, ho iniziato a bere whisky. Nel senso che ho iniziato ad assaggiarli, senza peraltro finire ai meeting degli alcolisti anonimi. Perchè dovete sapere che ci vogliono due ben precisi requisiti, per diventare esperto di whisky: uno, esperienza; due, un’anima pia che ti fa da guida. La prima la si raggiunge sul campo. Dopo più di anno, posso dire di averne provati almeno una cinquantina. So riconoscere un Islay da un Highland (non che ci voglia una grande perspicacia, dai) e un single malt da un blended. Ho anche avuto una guida personale. E’ durata solo cinque-sei mesi, poi ci siamo persi di vista. Ma mi ha fatto assaggiare parecchie varietà, marche, geografie. Mi ha spiegato una serie di dritte. Insomma, a più di un anno di distanza, posso dire di saperne qualcosa.

Così l’altro giorno faccio un salto al Paradiso dei Whisky, o era l’Universo dei Whisky, non ricordo, a Gatwick, e chiedo una bottiglia di Oban, che è un Highlander che mi intriga, ultimamente. Il signore del Paradiso, un orientale (e già qui avrei dovuto insospettirmi) mi avverte che l’Oban è terminato; ma posso prendere un Glenkinchie, che è distillato a pochi chilometri dal primo. Non è un High. E’ un Low. Ma che vuoi che siano, pochi chilometri. Giusto. Così mi son fidato del cinese, e l’ho acquistato. Trentasette sterline.

Qualche giorno dopo ho comprato la bibbia. Sempre in aeroporto. Questa volta Heathrow. E alla prima occasione, ho iniziato a leggere. Poi mi è venuto in mente il cinese. E lo pseudo-Oban da trentasette sterline.

The nose is a disaster, with more off notes than I can begin to count. Never have I come across a more sorry Classic Malt since the range was launched. Luckily – or unluckily for the market – this is from a bottling from Canada with half the label in French. One for the guillotine.

Modi diversi di dare il benvenuto

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Appena arrivato. Radisson Blu Anversa. Belgio. Tutto è grigio. Mi sono fatto 500 metri a piedi. I lavori in corso impediscono ai taxi di passare. Arrivo in Hotel. Check-in. Do la carta gold Radisson. La signorina mi sorride.

Buona sera. Potrei avere passaporto e carta di credito?

Una settimana fa, Londra, Crowne Plaza Victoria. Check-in. Do la carta gold Crowne Plaza. Tornavo in quell’hotel dopo tre mesi di assenza. La signorina sorride.

Welcome back, Mr. GC! We are glad to see you here.

In camera ho trovato una lettera di bentornato (non benvenuto; bentornato), con frutta e bibite.

Sono i piccoli particolari, che fanno la differenza.

Terrore a MXP!

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Quando stamane son passato da MXP erano le sette del mattino. Lo vedo. Nordafricano. Marocchino, credo. Era infuriato. Con Alitalia. Si avvicina. Mi dice che non danno più giornali a bordo, tranne Libero, che lui sperava di trovare un quotidiano in arabo o almeno uno in inglese, insomma, era incazzato nero (e non è sarcasmo, questo). Io cerco di tranquillizarlo. Gli dico che non distribuiscono più giornali neppure in Italiano. Fatta eccezione di Libero. Ho fretta. Mi dice che è inammissibile, e mi chiede, retoricamente, cosa possiamo fare. Gli rispondo, per togliermelo dalle scatole, che bisognerebbe minacciarli sfondando tutto con l’auto e agitando un coltello in mano, a quelli di Alitalia. E tu vai a vedere cosa ho scatenato.

Le razze di Airworld

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Viaggiando mi sono riscoperto razzista. Profondamente razzista. No, non è odio. Neppure fastidio. Studio accurato, lo definirei, di come evitare una selezionata parte della popolazione di Airworld. Un sentimento che non è rivolto alle razze, nella comune definizione del termine; ma a quelle categorie di viaggiatori o di personaggi che incrocio, volente o nolente, durante i miei mille spostamenti. E il cui comportamento introduce imprevedibili variabili di caos o di scostamento dalle rigide regole di Airworld.

Isolato? Diceva George Clooney alla sorella, al telefono, attraversando un aeroporto nordamericano, nel film Up in the Air. Isolato? Sono accerchiato! Ecco. Il razzismo ad Airworld nasce dal tentativo, a volte disperato, di limitare al minimo questo continuo accerchiamento. E di mantenere il proprio spazio vitale, le proprie abitudini, i propri tempi. In un universo di milioni di viaggiatori.

Ad esempio, evito i mediorientali in coda al controllo passaporti. Perchè il tempo di controllo per questi signori sarà sistematicamente triplo rispetto a quello degli occidentali. Evito gli anziani al controllo bagagli. Perchè passeranno sistematicamente, con le monetine in tasca, e poi con la cintura, e poi col portafogli, e poi con la giacca, e per finire, passeranno. Evito, sempre, ai controlli bagagli, i viaggiatori inesperti. Li si riconosce ad un miglio di distanza. Sono lenti. Lenti. Lentissimi. Di qualsiasi età. I ragazzi sono i peggiori. Passano col giubbotto colle borchie e restano li, ebeti, quando le sirene dell’aeroporto suonano al loro passaggio. E dicono: ah, non lo sapevo. Evito ogni tipo di essere umano al check-in; il web check-in è un must. E se per caso non riesco a far le cose in anticipo su web, preferisco avere a che fare con una macchinetta. Niente coda. Niente interazioni. Rilascia la carta di imbarco. Arrivederci. E via.

Ma la razza che odio più in assoluto sono i tassisti. Non tutti. No. I tassisti francesi. Mica tutti, però. I tassisti francesi parigini. Li odio.

I tassisti parigini non parlano francese. Non parlano neppure inglese, e neppure italiano e neanche spagnolo. La loro lingua è l’arabo. A volte il pakistano o l’indi. Spesso i dialetti africani. I tassisti parigini fanno finta di non capirti; o magari non ti capiscono sul serio, non so. I tassisti parigini si incazzano se la tua meta è vicina all’aeroporto. Si rifiutano di prenderti su. Si rifiutano di venire a prenderti se hai chimamato un radiotaxi. Si rifiutano di venire a prenderti se il ristorante non si trova nella loro zona di pertinenza. Si rifiutano di venire a prenderti se l’hotel non è centrale. Insomma, si rifiutano.

I tassisti parigini hanno il GPS. Ma non lo usano. Vanno a tentoni. Tornano indietro. Chiedono. Girano intorno alla meta, come un avvoltoio, senza mai arrivarci. E non puoi chieder loro di usarlo, il navigatore. Perchè non capirebbero la tua lingua. Ormai qualche trucco l’ho imparato, per neutralizzare questa razza. Non dico mai dove vado, se non sono già dentro al taxi. Meglio se il taxi è già partito. Spesso prendo il GPS e inserisco l’indirizzo. A quel punto non potranno sbagliarsi. Insomma, con questi, in un modo o nell’altro, me la cavo.

Restano i meganoidi, i mutati e gli abitanti di Tannhauser. Che sono le razze peggiori di Airworld. Dopo i tassisti parigini, naturalmente.

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