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Asia, l’austerità e la recessione

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L’altro giorno passeggiavo bel bello con Asia per le vie del centro dell’agglomerato -  Milano downtown, capitale della Macroregione del Nord, volendo citare l’illustre sig. Formigoni – quando ho visto un giubbotto in ventrina e ho ben pensato di entrare e provarlo.

Ora dovete sapere che Asia, all’età di soli sette anni, si avvia verso una brillante carriera di economista. Anche se, a prima vista, sembra non apprezzare Keynes, come si vedrà in seguito. Così, entrati nel negozio, l’economista mi chiede il costo del giubbotto, io rispondo novantotto euro, lei mi spinge ad uscire, io le domando il perchè, lei mi dice che costa troppo e che per giunta con quei soldi avrei potuto comprarle tre bambole. Non una, ma tre. Ora a parte il fatto che tre bambole da trentatrè euro l’uno saranno delle cose extralusso coi vestitini in cashmere che trovi solo in quella galleria superfashion del centro dell’agglomerato, scusate della capitale della macroregione del Nord; e che dire del fatto che l’economista si sia comportata da anti-keynesiana coinvinta, contribuendo alla depressione del paese.

Se avessi comprato – il negozio era italiano – avrei contribuito all’aumento della domanda. La tua spesa è il mio reddito e la mia spesa è il tuo reddito. Dice Krugman. E pure Keynes. Il negozio avrebbe guadagnato. A lungo andare avrebbe investito in nuovi modelli, rinnovamento locali, nuovi commessi. I nuovi commessi avrebbero percepito uno stipendio e incrementato i consumi. Sostenendo la domanda. Le banche avrebbero prestato soldi al negozio, per sostenere gli investimenti. L’economia avrebbe ripreso a girare. Con grande meraviglia della Merkel.

E invece io il giubbotto non l’ho comprato. A causa delle motivazioni pro-austerità sollevate da Asia. E la recessione è ancora qui. Più spaventosa che mai.

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