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The passport crisis

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Da circa un mese arrivo a Londra e mi tocca star fermo nell’area Immigration per ore. Per la cronaca, si tratta del limbo tra Airworld e la terra ferma, dove in genere si controllano i passaporti, si recuperano i bagagli, si comprano le ultime cosette al duty free, si fa la pipì, insomma tutte cose simpatiche di questo genere.

Fino a un mese fa le cose andavano regolarmente. Atterraggio. Finger. Passaporto (essì, UK richiede il passaporto e non è in area Schengen, sa Iddio perchè). E via. Poi, un mese fa, improvvisamente, sono iniziati i guai.

Ore di fila. Migliaia di viaggiatori ammassati qui e lì, senza logica. Passeggeri, soprattutto Britannici, incazzati neri, forse per lo stupore di ritrovarsi in una situazione da Sud Europa (per la cronaca: in Sud Europa le cose vanno decisamente meglio).

Io ho pensato che ci si allenava per le Olimpiadi. Che importavano passeggeri finti (per un attimo ho sperato che fossero replicanti; ma sudavano e facevano pipì, quindi dovevano essere umani) per fare le prove del casino che si abbatterà su Londra tra due mesi. Poi, ho letto qui. E anche qui. E qui. Ed ho capito.

In breve, il signor C ha ridotto la forza lavoro alle dogane del 20% circa. Tempismo perfetto, visto l’avvicinarsi delle Olimpiadi. BAA ha cercato di metterci una pezza importando personale da altri aeroporti. Non è bastato. Adesso si ovvierà con uno stratagemma per assumere più personale.

Insomma, tutto il mondo è paese. Qui, forse, anche più di altrove.

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