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February, 2011 Archives

Cose. Da portarsi in valigia.

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Few things to put (always) in your case
Originally uploaded by giusec


(vedi notes su foto)

Sono in viaggio per circa 150 giorni l’anno. Nei primi due mesi del 2011 ho percorso, in volo, più di trentamila chilometri. La mia valigia è sempre pronta, a fianco al letto. E con lei poche cose, che mi porto sempre in viaggio. Sempre. E che se dimentico o perdo sono causa di seri attacchi di panico – con conseguenti viaggi ansiogeni e immediato rimpatrio.

Occhiali da sole. Fondamentali se si va in Medio Oriente, California, Florida. Importanti se si parte per la Spagna o il Sud Africa. Utili se si è in Europa, in primavera o estate. Assolutamente inutili se si è a Londra, in qualsiasi periodo dell’anno.

Micro-ombrellino. Piccolo, da mettere nella tasca del giubbotto. O nella borsa del laptop. Lo vendono dappertutto. Aeroporti. Stazioni. Per strada. Il mio l’ho pagato 9 sterline da Sainsbury. Fondamentale a Londra, Paesi Bassi, Belgio. Se sei a Londra, ti svegli e c’è il sole ed è azzurro e gli aerei lasciano le striscioline bianche in cielo, non farti ingannare. Tra una ventina di minuti pioverà. La regola vale dodici mesi l’anno. Importante in Europa, in autunno e inverno. Può servire a Barcellona. Inutile in Medio Oriente. O se si rimane in un Terminal. Tranne a Linate e Gatwick, dove piove dentro.

Ibuprofene. Fondamentale a qualsiasi longitudine e latitudine. Mal di testa? Ibuprofene. Mal di stomaco? Ibuprofene. Ferite? Ibuprofene. Scottature? Ibruprofene. Ferite da arma da fuoco? Ibuprofene. Alcool e/o spinelli? Ibuprofene. Prestazioni sessuali indimenticabili? Ibuprofene. Attacco di squali? Ibuprofene.

Liquido antibatterico. New entry. Ma già nella top-list di cose fondamentali da mettere in valigia. Le boccette da 100 ml, quelle imbarcabili con il bagaglio a mano, si trovano in parecchi aeroporti. Specialmente a Londra. Negli aeroporti Londinesi le trovi dappertutto. In libreria, all’edicola, nelle coorti del cibo, con il cibo. Ma si trova anche in giro per Airworld. Persino a Linate, pensate. E’ fondamentale a qualsiasi longitudine e latitudine. Hai toccato cose schife? Liquido antibatterico. Viaggi da dodici ore e non trovi un bagno per sciaquarti le mani? Liquido antibatterico. Hai mangiato alette di pollo unte e patate al curry sul pavimento dell’aeroporto internazionale di Lagos? Liquido antibatterico. Mal di testa? Liquido antibatterico. Mal di stomaco? Liquido antibatterico. Ferite? Liquido antibatterico. Scottature? Liquido antibatterico. Ferite da arma da fuoco? Liquido antibatterico. Prestazioni sessuali indimenticabili? Liquido antibatterico.

(continua)

Terrore a MXP!

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Quando stamane son passato da MXP erano le sette del mattino. Lo vedo. Nordafricano. Marocchino, credo. Era infuriato. Con Alitalia. Si avvicina. Mi dice che non danno più giornali a bordo, tranne Libero, che lui sperava di trovare un quotidiano in arabo o almeno uno in inglese, insomma, era incazzato nero (e non è sarcasmo, questo). Io cerco di tranquillizarlo. Gli dico che non distribuiscono più giornali neppure in Italiano. Fatta eccezione di Libero. Ho fretta. Mi dice che è inammissibile, e mi chiede, retoricamente, cosa possiamo fare. Gli rispondo, per togliermelo dalle scatole, che bisognerebbe minacciarli sfondando tutto con l’auto e agitando un coltello in mano, a quelli di Alitalia. E tu vai a vedere cosa ho scatenato.

Zeligiusec

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Ecco l’ultima apparizione di Fede Basso a Zelig. Ascoltate un pò il nome del giornalista (il secondo, dall’inizio; il primo personaggio di Fede).

PS. è così che iniziano le rivoluzioni. Prima si viene citati. Poi invitati. Poi, una volta introdotti nelle viscere del nemico, inizia la guerriglia.

Englian #2

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Pronunciate ieri, una cosa davvero imbarazzante, dal sottoscritto:

  • Pagare attenzione. “scusa, ma non ho pagato attenzione a…” (sorry, but I didn’t pay attention to…)
  • Sentenza. “dovresti correggerle, quelle sentenze” (you should correct those sentences)

(Altre orribili frasi in Englian: qui).

606 Jazz Club, London

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606 Jazz Club, London
Originally uploaded by giusec

Il luogo è questo, per la cronaca.

B Runner

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Altrove si fa la rivoluzione. Qui, il responsabile del tracollo di una delle più grandi economie occidentali, padrone di uno sterminato impero mediatico e dipendente da sesso e droghe sintetiche, si chiude con i propri fedelissimi in un palazzo in centro a Roma per definire una exit strategy. Con lo scopo, udite udite, di evitare un processo per concussione e prostituzione minorile. Altro che cyberpunk. Altro che Infinite Jest. Neppure Dick, Gibson e DFW avrebbero mai potuto pensare ad una realtà come questa.

Per i vagabonders, gli abitanti di Airworld, come il sottoscritto (e parecchi altri che bazzicano da queste parti), è importante continuare ad mantenere piccole abitudini, frequentare stessi luoghi, costruirsi un ambiente familiare che li faccia sentire simili al resto dei cittadini del mondo, quelli che abitano le città e i paeselli, non gli aeroporti, gli hotel, i terminal e i gates. Anche se in realtà, per definizione, simili non lo sono.

Io frequento sempre gli stessi Hotel – Crowne Plaza, Sheraton, Hilton. I signori alla reception mi conoscono. Al Crowne di Gatwick c’è Freeman, che tanto libero poi non dev’essere, visto che lo becco sempre dietro il bancone, che ormai mi saluta e mi riconosce. All’Hilton a Paddington c’è il concierge veneto, che mi accoglie con dialetto padovano in pieno centro di Londra. Al Lindner di Dusseldorf ci sono ragazza-uno e ragazza-due che continuano a chiedermi se l’indirizzo di casa è corretto e poi mi inviano la newsletter in tedesco. Glielo faccio notare ogni volta. Mi hanno detto che ormai dovrò avere la nazionalità tedesca, considerato il numero di notti passate li.

Poi, i taxi. A Gatwick sono di casa. Non hanno ancora capito come mi chiamo, ma mi riconoscono e mi chiedono “same as last time?”. Certo. A Heathrow mi piace prendere il servizio coll’omino che ti accoglie col cartello all’uscita. Mi ritrovo sempre lo stesso omino indiano, e non ho ancora capito se è perchè mi conoscono; oppure semplicemente perchè l’omino è l’unico impiegato dell’azienda.

In volo le signore Lufthansa mi riconoscono e mi salutano, su alcune tratte. Buongiorno, Herr G. Desidera un succo di frutta? Prima pensavo che avessero la mappa dei sedili, coi nomi dei viaggiatori. Poi ho visto che salutavano solo me, e allora qualche pensiero me lo sono fatto. Sul numero di voli LH che prendo.

Infine, il cibo. Sempre lo stesso cappuccio, al bar di MXP. Sempre lo stesso croissant ham-cheese al baracchino di Gatwick, a fianco alla discesa per gli inferi (i treni inglesi). Sempre lo stesso whiskey al bar dell’hotel di Dusseldorf. Sempre lo stesso primo al bar sotto casa (“il solito, grazie”).

Insomma, è un mondo piccolo piccolo. E anche se non lo è, bastano alcune abitudini quotidiane, per renderlo tale.

Englian

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Ho deciso. Mi dedico ai dizionari. La mia opera prima. Titolo. Englian: quando un volo domestico fa senso. Argomento. Neologismi anglo-italici. Comincio a scrivere le mie, di cazzate. Quelle che dico più spesso. Pregasi contribuire in massa, con le vostre.

  • Basicamente. “Basicamente vorrei vedere…” (Basically I’d like to see…)
  • Centro di Convenzioni. “Ero al Centro di Convenzioni” (I was at the Convention Center…)
  • Domestico. “Prenderò un volo domestico…” (I will take a domestic flight…)
  • Riservare. “Ho appena riservato un tavolo” (I have just reserved a table)
  • Essere supposti. “Sono supposto di essere in Italia…” (I’m supposed to be…)
  • Essere sulla via. “Sono già sulla mia via…” (I’m on my way…)
  • Intervista. “Ho due interviste domani” (I have two interviews, tomorrow)

Aggiornamento, con esempi di Englian selezionati dai commenti.

  • Confidente. “Cercasi candidato confidente in inglese”
  • Schedulare. “Ho schedulato l’appuntamento” (I have scheduled the meeting…)
  • Patchare. “Ti patcho nella call” = Ti collego alla conferenza
  • Quick & dirty. “Facciamo una analisi quick and dirty”
  • Nice to have. “Questa è una analisi nice to have” (in realta’ in italiano si tradurrebbe: questa è un’analisi del c***o)

Le razze di Airworld

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Viaggiando mi sono riscoperto razzista. Profondamente razzista. No, non è odio. Neppure fastidio. Studio accurato, lo definirei, di come evitare una selezionata parte della popolazione di Airworld. Un sentimento che non è rivolto alle razze, nella comune definizione del termine; ma a quelle categorie di viaggiatori o di personaggi che incrocio, volente o nolente, durante i miei mille spostamenti. E il cui comportamento introduce imprevedibili variabili di caos o di scostamento dalle rigide regole di Airworld.

Isolato? Diceva George Clooney alla sorella, al telefono, attraversando un aeroporto nordamericano, nel film Up in the Air. Isolato? Sono accerchiato! Ecco. Il razzismo ad Airworld nasce dal tentativo, a volte disperato, di limitare al minimo questo continuo accerchiamento. E di mantenere il proprio spazio vitale, le proprie abitudini, i propri tempi. In un universo di milioni di viaggiatori.

Ad esempio, evito i mediorientali in coda al controllo passaporti. Perchè il tempo di controllo per questi signori sarà sistematicamente triplo rispetto a quello degli occidentali. Evito gli anziani al controllo bagagli. Perchè passeranno sistematicamente, con le monetine in tasca, e poi con la cintura, e poi col portafogli, e poi con la giacca, e per finire, passeranno. Evito, sempre, ai controlli bagagli, i viaggiatori inesperti. Li si riconosce ad un miglio di distanza. Sono lenti. Lenti. Lentissimi. Di qualsiasi età. I ragazzi sono i peggiori. Passano col giubbotto colle borchie e restano li, ebeti, quando le sirene dell’aeroporto suonano al loro passaggio. E dicono: ah, non lo sapevo. Evito ogni tipo di essere umano al check-in; il web check-in è un must. E se per caso non riesco a far le cose in anticipo su web, preferisco avere a che fare con una macchinetta. Niente coda. Niente interazioni. Rilascia la carta di imbarco. Arrivederci. E via.

Ma la razza che odio più in assoluto sono i tassisti. Non tutti. No. I tassisti francesi. Mica tutti, però. I tassisti francesi parigini. Li odio.

I tassisti parigini non parlano francese. Non parlano neppure inglese, e neppure italiano e neanche spagnolo. La loro lingua è l’arabo. A volte il pakistano o l’indi. Spesso i dialetti africani. I tassisti parigini fanno finta di non capirti; o magari non ti capiscono sul serio, non so. I tassisti parigini si incazzano se la tua meta è vicina all’aeroporto. Si rifiutano di prenderti su. Si rifiutano di venire a prenderti se hai chimamato un radiotaxi. Si rifiutano di venire a prenderti se il ristorante non si trova nella loro zona di pertinenza. Si rifiutano di venire a prenderti se l’hotel non è centrale. Insomma, si rifiutano.

I tassisti parigini hanno il GPS. Ma non lo usano. Vanno a tentoni. Tornano indietro. Chiedono. Girano intorno alla meta, come un avvoltoio, senza mai arrivarci. E non puoi chieder loro di usarlo, il navigatore. Perchè non capirebbero la tua lingua. Ormai qualche trucco l’ho imparato, per neutralizzare questa razza. Non dico mai dove vado, se non sono già dentro al taxi. Meglio se il taxi è già partito. Spesso prendo il GPS e inserisco l’indirizzo. A quel punto non potranno sbagliarsi. Insomma, con questi, in un modo o nell’altro, me la cavo.

Restano i meganoidi, i mutati e gli abitanti di Tannhauser. Che sono le razze peggiori di Airworld. Dopo i tassisti parigini, naturalmente.

CNIT and La Defense, from my Hotel window

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