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Workshop e rivoluzione

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Sto sorvolando l’Atlantico. Ascolto i Negrita. E poi Chan Chan. Che mi riporta a Cuba e ad uno dei più bei viaggi della mia vita. Completo la mia presentazione su argomenti di cui ho sentito parlare per la prima volta. E penso. Dieci ore da solo (solo, solo, solo), senza il BB che vibra e l’email e la chat e twitter e skype, dieci ore, dicevo, sono una buona opportunità per pensare e ragionare sulle cose.

Tra poco più di cinque ore sarò in Texas. Anche questa volta il mio sogno di fare tappa in Argentina e Sud America è saltato. Piano marketing. Workshop. Deadline. Vari casini. Impossibile prendersi qualche giorno per se. Mi chiedo se anche il Che, si, lui, il Che, avesse avuto gli stessi problemi quando intraprese il viaggio con la sua Poderosa, toccando tutti i paesi del continente. Perchè io c’ho le deadline e lui no? Perchè io c’ho il workshop imperdibile tra una settimana e lui no?

Mi arrovello su questioni profonde ed esistenziali, epperò comincio a sentire un languorino. Sono in business, chiamo la hostess, mi faccio portare un bicchiere di rum, il più bevuto nei peggiori bar di Caracas, e forse anche di Lima, e poi pigio il pulsantino e tiro giù il sedile che c’ho un dolorino alla schiena, che volete?, ho raggiunto ormai la veneranda età di quarantadueanni. Insomma, penso e ripenso che però il Che non se lo godeva mica il rum sull’Atlantico con il sedile che si trasforma in letto pigiando il pulsantino. Vabbè, dai. Teniamoci i workshop e le deadline. Per questa volta. Solo per questa volta, su. Un altro rum, grazie. E poi un Oban. Doppio, liscio. Si, grazie. Si, due salatini. C’ho un languorino. Ci stanno bene. Dai, all’Argentina ci penso la prossima volta. Quieres que tomar conciencia, latinoamericano. La revolucion es un arma. Si. Oban. No. No ice. Grazie.

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