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September, 2010 Archives

4x

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Ieri e ieri l’altro ragionavo sul fatto che i trent’anni, almeno per il sottoscritto, hanno rappresentato gli anni delle certezze, delle decisioni, delle pianificazioni, del sapere esattamente ciò che si voleva, del se vuoi qualcosa prenditelo, delle opinioni nette, degli imperativi categorici. Tutto era quasi pre-stabilito, la vita doveva avere un cammino ben definito, e le cose sono andate più o meno come previsto, con qualche minore o maggiore deviazione; e credo sia naturale, nel corso di una vita.

I quaranta (e ne ho vissuti solo due, al momento) hanno ribaltato tutte le mie convinzioni, puntualmente, una dietro l’altra. Le opinioni sono nettamente cambiate, gli imperativi vacillano, il cammino è indefinito. Tutto ciò che è stato fatto è sistematicamente rimesso in discussione. Non so ancora bene questo cosa significhi. Se sia un’involuzione. O la maturità. O forse è solo che è lunedì mattina.

In volo con re e regina

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Ieri ho volato coi Savoia. Non avevo mai volato con un re ed una regina. Con cantanti, spesso. Politici, a volte, ma raramente. Io seguo tratte internazionali, mai quelle interne. A Roma, poi, non vado da cinque anni. Giornalisti, spesso. Starlette e veline, a volte. Re e regina, mai.

Si sono seduti in coach, erano praticamente davanti a me. Lui, elegante. Lei, botulinata. All’imbarco, la regina era un pò impedita e carcava di mettere la valigia in alto. Lui si era seduto e leggeva il Corriere. Mi sono fermato, ad aspettare che valigia trovasse una sistemazione regale. Dopo un pò di manovre, mi ha guardato e mi ha detto “pevdoni”. Ho sorriso, sono passato avanti, pensando ai due re borghesi ormai al tramonto. Ho provato una certa malinconia. Poi mi sono addormentato. Al risveglio eravamo a Malpensa. I Savoia erano scesi. Ho provato a guardare fuori, cercando di scorgere una carrozza. O dei cavalli. Non ho visto nulla. Pioveva. Mi sono incamminato verso il parcheggio sud.

Mobilisation

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Quando la fanno, la mobilisation, lo sciopero generale, la fanno come dio comanda, qui in Francia. Ieri era tutto bloccato, treni, voli, metrò, bus, eccetera. Andava solo l’Eurostar per Londra – ammesso che uno a Londra ci debba andare, chiaro. E’ iniziato alle otto di sera del giorno precedente. E’ terminato stamattina. I controllori di volo sono in sciopero ormai da una settimana. Oggi un collega diceva ad un altro: allora niente scioperi fino a lunedi?

Dammi un’ora. O trenta giorni.

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Scena uno. Düsseldorf. Well, no, non proprio Düsseldorf. Paesello in campagna alle porte di Düsseldorf. Hotel. Check-in. Chiedo se c’hanno il wifi. Ce l’hanno. Chiedo se danno voucher. Non li danno. Chiedo se è gratuito. Non lo è. T-mobile, carta di credito, e via.

Scena due. Camera. PC acceso. Wifi trovato. T-mobile. Vado per connettermi. Due scelte. Contratto. Non ho il contratto. Credi Card. Scelgo la credit card. Non ho il contratto. Semplice. Credit card. Scelta uno. Un’ora. Scelta due. Trenta giorni. Trenta giorni? Trenta giorni. Vabbè. Ma allora potevano mettere pure: dieci minuti – un anno. O anche: un secondo – tutta una vita. Oppure: sei nanosecondi – tre anni luce. Che tanto è la stessa cosa.

Twitbook

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E così anche Twitter diventerà un socialcoso FB-like.

Survival shopping

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BR, Opening
Originally uploaded by giusec

Nota. Se il post precedente mi ha fatto perdere il 50% dei miei 6 lettori (familiari inclusi), questo completerà l’opera, azzerandoli.

Come per tutti i blogger autistico-snob-antisocial, anche per il sottoscritto lo shopping, assieme alle partite di calcio, alle lettere dei dirigenti PD, la messa domenicale e al bar sottocasa frequentato inspiegabilmente da pidiellini, è una pratica da evitare, drasticamente cancellata dal proprio dizionario e dai propri impegni culturali (cinema, Shrek 3D) e intellettuali (majorship di Linate, sono a pochi giorni dalla vittoria). Riabilitato però di tanto in tanto, per ragioni di sopravvivenza – quando i jeans sono a brandelli e assumono fattezze di tendenza accomunando pericolosamente il sottoscritto alle schiere di teenagers che inondano i centri cittadini durante i fine settimana.

Il fatto è che si cerca di minimizzare i tempi di acquisto, per potersi occupare d’altro (il blog o il lavoro, ufficialmente), o semplicemente per evitare che l’esperienza di acquisto sia così appagante, ma talmente appagante da generare gravissime ripercussioni sulle convinzioni etiche del sottoscritto. Così si acquistano sempre e soltanto le stesse cose, stessi colori, stessi numeri, stesse marche (esempi: Levis 501 32-30; Clarks desert boot testa di moro 7 1/2) – e le novità sono viste come un attentato alla propria libertà di scelta da parte delle odiate multinazionali dell’abbigliamento. Il tempo medio di acquisto si riduce alla fila in cassa; il tempo decisionale è praticamente azzerato. Di seguito una mappa delle marche preferite dal sottoscritto, e dei luogi del mio survival shopping. Da notare: non compro abbigliamento online. Troppo geek, anche per uno come me.

Scarpe. Decisamente Clarks, nessun’altra marca è ammessa. Tra i modelli, il desert boot è sempre in voga, stesso colore (testa di moro), stessa misura, ormai da circa vent’anni. Negozi preferiti: Aeroporti, Milano Vittorio Emanuele, Londra Victoria, Barcellona Paseo de Gracia, e dovunque si trovi un negozio monomarca (quelli in US costano il 20% in meno; ma hanno modelli da americani, appunto, con misure sgraziate o con colori e materiali da camionisti del Wyoming – che vanno bene per un manager di Dallas; ma non per un blogger leftist mitteleuropeo).

Jeans. Naturalmente Levis (livais) 501. A Milano costano €110, in US circa $36. Capirete dunque dove li acquisto. A Ottobre sarò a Orlando, si accettano prenotazioni.

Camicie. Boggi. Stesso modello. Button-down. Stesso colore. La figata di Boggi è che è a Malpensa e Linate e quindi permette shopping istantaneo prima delle partenza, nei tempi morti altrimenti dedicati a guardare in faccia i managers incravattati pronti a partire per le destinazioni più trendy (Birmingham, Varsavia, Riga).

Pantaloni. Banana Republic. Linee di sapore vagamente europeo per una marca al 100% americana – che si fa pagare un premium price solo per il suo sapore vecchio mondo. Il fatto è che BR esiste solo in US e in alcune capitali Europee (dove i prezzi sono circa doppi). Se poi si aggiungono circa $2000 per un volo oltreoceano, si comprende quando minime siano le occasioni d’acquisto. Ecco perchè i miei pantaloni risalgono, in media, alla metà degli anni novanta. Ora, quando l’altro giorno ho visto che BR aprirà un negozio monomarca a Milano (foto) a Dicembre m’è letteralmente preso un colpo; e ho fotografato il luogo dove il negozio sorgerà, a due passi da quello che Maya chiama, chissà poi perchè, il Castello Bianco (il Duomo).

Giacche e maglioni. Vedi sopra.

Cappelli. Borsalino. Non c’è altro negozio di cappelli sul pianeta come Borsalino. Il fatto è che ci sono solo un paio di negozi Borsalino nel sistema solare e questo non facilita certo l’esperienza di acquisto.

Tutto il resto. Rigorosamente in aeroporto. Cinture, orologi, whiskey (non si indossa, ma fa comodo averlo a casa), cravatte, sciarpe (fighissime quelle dell’aeroporto di Francoforte), t-shirt (belle all’aeroporto di Copenhagen), roba elettronica (Amsterdam è indiscutibilmente il migliore) e così via.

Grotta goes green

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Ho appena comprato 2 alberi di photinia, azalee e altre piante per trasformare la Grotta in una subsidiary di Pandora.

PS. lo so, ‘sto post è una roba FB-like, un tipico post del weekend se volete, mi avrà fatto perdere il 50% dei 6 lettori del blog, ma che volete farci, non iniziate a lamentarvi.

Common agreements

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Dopo 4 bicchieri di arneis, 3 di barolo annata 1998 barricato e 3 di grappa di barolo (e no, non sono in Piemonte; sono a due passi da Francoforte) abbiamo di comune accordo deciso di posticipare il meeting di un’ora, dalle otto alle nove del mattino.

Mar-Key-Own-ee

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Mar-Key-Own-ee
Originally uploaded by giusec

Adesso, io non so, sul serio, se è l’Espresso che sta diventato troppo liberale o se è Fortune che sta prendendo una pericolosa deriva comunista.

L’hostile bid

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A proposito di M&A, le cose sono andate pressappoco così. I primi rumors di un’acquisizione (meglio: di un’hostile bid) erano arrivati, da voci di corridoio, due giorni prima. Io ero a Londra. Casualmente, nell’HQ dell’azienda. Ho assistito a tutto in diretta. Le azioni in discesa, da circa tre mesi. Le voci confermavano che erano basse (le azioni, cercate di seguirmi) al punto tale da essere diventate possibile preda per un’acquisizione. Da parte di un concorrente, si diceva, con liquidità da spendere. Allo stesso tempo, l’azienda rischiava seriamente di uscire fuori dal FTSE 100 e piombare nel limbo dei 250, dopo il solito shuffle periodico, a causa delle sue povere performance degli ultimi mesi.

Le voci si sono fatte più insistenti il giorno prima del reshuffle. Sembrava che un’acquisizione fosse imminente. Ho pensato, per qualche ora, che la mia posizione fosse a rischio – ma non potevo condividere la cosa con nessuno, all’interno dell’azienda, men che meno con non addetti ai lavori, per evitare che il panico dilagasse. Spinte dalle voci dell’hostile bid le azioni hanno iniziato a risalire. Hanno continuato a salire. Per due giorni sono state le migliori performer dell’intero FTSE. Al momento del reshuffle, le azioni erano talmente alte che l’azienda è di fatto rimasta tra le migliori 100.

Il giorno dopo, le speculazioni sull’hostile bid sono improvvisamente cessate. Una strategia geniale – naturalmente questa è la mia versione, discutibile e personale, per non sprofondare tra i 250. A parte il panico durato circa 24 ore (un’hostile bid avrebbe potuto portare, se conclusa con successo, al totale incasinamento organizzativo), assistere a giochi finanziari sulla propria azienda dall’interno della city è stato a dir poco exciting. Quasi come la diretta live di Mirabello. Quasi.

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