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Sulla via per Bruxelles/2.

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La mia strategia di imbarco è semplice ed efficace: me la prendo con comodo al boarding - tanto si sale democraticamente sul bus – per poi posizionarmi in un punto strategico del veicolo, di fronte alla porta centrale, e precipitarmi verso la scaletta dell’aeromobile. In condizioni normali, guadagno tra il quinto e il sesto posto, supero i giovani rampanti alle prime esperienze di volo bloccando ogni aspirazione ad arrivare primi col mio trolley usato come arma impropria, e cedo il passo alle signore attempate che profumano di balsamo.

L’aeroporto di Bruxelles è grande, di quelli che piacciono a me, acciaio e vetro, e qui ci sarebbero post e post da scrivere sull’architettura di questi luoghi a me così familiari, lo stile toilette di Malpensa, lo stile loft del Terminal 5, dicevamo è un grande aeroporto, ma non abbastanza considerato lo status di capitale d’Europa – dell’Unione, intendo, e non di quel litigioso paesello che si ritrova oggi sul baratro di una scissione.

Perso in pensieri architettonici seguo anonimi euroburocrati e mi ritrovo all’uscita. Guardo i cartelli, e identifico l’omino che mi accompagnerà alla meta.

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