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May, 2010 Archives

Back from Nigeria.

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Arrivato a Linate da Lagos, e non trovando nessuno ad attendermi (nessun facilitator, nessuna scorta, nessun autista, e via andando) non ho potuto nascondere la mia delusione e mi sono dato ad una dose massiccia di caffeina. Poi, un taxi, senza sirena ne doppie frecce, mi ha mestamente riportato a casa.

Prossima settimana Parigi e Barcellona, poi Londra, Amsterdam e ancora la capitale Catalana.

E il caffè sotto casa posso andarlo a prendere da solo. Senza che alcuna guardia mi segua (c’è il custode sotto, ma no, non è la stessa cosa).

Security.

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Port Harcourt, Nigeria. Le poche volte che ci muoviamo fuori dalla prigione Le Meridien ci muoviamo in carovana. Quattro, cinque SUV neri, vetri anneriti, in mezzo. Due furgoni bianchi aprono e chiudono la carovana. Si va con le doppie frecce e la sirena, lungo tutto il tragitto. Le auto si spostano dal centro della strada per cedere il passo. Le guardie armate sui furgoni. I SUV a distanza ravvicinata per evitare che qualcuno possa infilarsi in mezzo e spezzare la catena.

Penso di essere dentro un film e che è una cosa che assolutamente mi mancava e poi mi rendo conto dei pensieri patetici e me ne vergogno un pò.

Tra pochi minuti si parte. Le guardie sono pronte. Gli autisti dei SUV ci invitano a salire. Si accendono le sirene. Si tirano su i finestrini.

Si va a cena al ristorante dietro l’angolo.

My armed escort

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My armed escort

Originally uploaded by giusec


Le prime foto di PH, qui.

Parigi-Lagos

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Così salgo su. Imbarco. Trentasei J. J come Jolly, non J come Geneva. Capito, OK. Mi siedo a fianco ad un ciccione nigeriano che, da seduto, occupa un buon dieci per cento del mio spazio di economy. Si, perchè ligio alle nuove policy aziendali, ho preso posto in economy. Si può viaggiare in business con voli da nove ore in poi, adesso. Ergo, viaggi in business se devi fare il giro del pianeta. La Nigeria è a sole sei ore dall’Europa. Quindi, economy.

Il ciccione mi chiede di leggere uno dei miei quotidiani. Prima spostati dal mio bracciolo, stronzo. Ovviamente non lo dico, gli do il giornale, lui leggendolo occupa il restante novanta per cento del mio spazio di economy, poi me lo restituisce massacrato. Io odio chi mi restituisce il giornale massacrato.

All’arrivo prende il suo zainone ciccione e ci manca poco che me lo sbatta in faccia. Mi fa indietreggiare e finisco addosso alla signora Nigeriana con bimbo che mi fulmina con lo sguardo. Brutto pezzo di merda nigeriano, fai attenzione a come ti muovi. Non dissi così, naturalmente. Noi uomini di sinistra non diciamo mai cose del genere. Casomai, le pensiamo.

Nigeria.

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Prima, i visti. Io ci ho provato, a chiamare l’ambasciata Nigeriana a Roma (si, solo a Roma). Per tre giorni. Nessuna risposta. A qualunque ora. Mattina. Pomeriggio. Notte. E allora ho dato tutto in mano ad un’agenzia. Dieci giorni e centocinquanta euro circa e il passaporto è tornato indietro con un bel visto gigante.

Poi le vaccinazioni. ASL Milano. Ho visto la lista e stavo per svenire. Poi mi han visto in difficoltà e mi han spiegato. Le importanti son tre. Le altre, per i pignoli. Io ne ho fatte quattro. Well. In realtà, tre. La quarta è in progress. Ho comprato l’autan extreme (giuro: autan extreme per aree tropicali). Comunque, anche le vaccinazioni sono andate.

Poi, la sicurezza. Volevo farmi un giorno di vagabonding a Lagos. Vietato. Rapimenti e cose del genere. Cazziata via email dal VP Sicurezza. Com’è, come non è, ho dovuto cancellare tutti i piani non ufficiali. Avrò quattro escort (no, non le escort del signor B; quattro escort di sesso maschile, armati, al mio seguito). Che mi preleveranno all’aeroporto e mi staranno dietro a ogni minimo spostamento.

Adesso, è tutto pronto. Almeno, spero. Domenica si parte. Adios, per un pò.

Cronache di Airworld.

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Da tre giorni vivo ad Airworld. Stabilmente. Linate. Un pò di shopping. Camicia no-iron. O la compro adesso o mai più. Quando mi ricapita di andare in negozio e scegliere una camicia. Con calma. Si parte. Barcellona. Breve meeting nella zona del Forum, poi nuovamente aeroporto. Pranzo. Mi compro una penna multipla, una di quelle penne di cui io vado matto. Cena. Bello il nuovo Terminal di Barcellona. Si parte. Parigi. Breve visita al mondo esterno. Poi CDG. Terminal. Partenza. Arrivo a Zurigo. Hotel Radisson, dentro il Terminal. Questa volta non esco neppure. Notte ad Airworld. Sveglia. Meeting all’Hilton, sempre al Terminal. Fine meeting. Pranzo. Imbarco. Malpensa.

Dopo tre giorni. Fuori, nel mondo esterno.

Gogol

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Che dire? Grazie di cuore, Gogol.

Bloody WiFi

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Il nuovo Hotel, a Londra, è un pò barocco, ma mi è già simpatico. Non per altro, per la password del wifi.

Bloodymary.

Lost in Russian translations.

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Mosca. Hotel. Passano dalla mia stanza. Ogni due ore, circa. Per chiedermi di questo e di quello. Immagino. Sono signore sui cinquanta, portati decisamente male. Il problema è che le cose le chiedono in russo. E restano in attesa di una risposta. Così, ripescando tutte le mie reminiscenze della lingua locale (nulle; zero; nada) cerco di afferrarne il significato.

[fraseincomprensibile in russo] internet [altra frase incomprensibile in russo]

Io penso che voglia spiegarmi come accedere ad internet e dico si, si, grazie. In realtà mi chiede se ho il cavo in camera. Il cavo naturalmente non ce l’ho. Morale, un’ora di attesa prima che qualcuno mi porti il cavetto in camera.

[fraseincomprensibile in russo] mi fa il numero tre e poi quattro con le dita della mano [altra frase incomprensibile in
russo]

Io penso che voglia chiedermi cosa fa tre più quattro e rispondo seven, sette. La signora mi dice che è OK.

Per la cronaca, non ho mai scoperto cosa diavolo cercasse di dirmi.

Verso le funny countries.

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Finito il tour attraverso l’Europa, lunedì si riparte, nube 2.0 permettendo, questa volta finalmente verso le mete remote (le funny countries, le chiama il mio boss): tre giorni a Mosca, poi un break in giro per l’Europa, poi Port Harcourt, delta del Niger, poi stop di ventiquattr’ore a Lagos, Nigeria.

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