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Il Wild e la fine del duemilaotto.

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Entro all’Esselunga. E’ mercoledì. Mezzogiorno. Sarà deserta, penso. Mi sbaglio. L’Esselunga di via Emilia esplode. Sarà scoppiato un conflitto, penso. Una guerra lampo, a Sud-Est di Milano. O forse è l’unico foodmarket aperto in Lombardia, sebbene questa seconda possibilità mi sembri meno reale. Mi salvo grazie al Prontospesa. Che è un’invenzione geniale, quasi quanto i moleskine, il gipiesse e la ratatouille.

Poi entro in Feltrinelli e compro un libro di London. Jack London. Inizio a (ri)leggere. Ricordo alcune battute di questo film. Mi rendo conto che il titolo non va bene. Intendo dire, il titolo è OK. Ma non è stato tradotto correttamente. Strano che nessuno ci abbia mai pensato prima.

In Italiano lo conosciamo come Il richiamo della foresta. Il titolo originale è The call of the wild. Il Wild non è la foresta. Il Wild è il nostro lato selvaggio. E’ il Wild che ci spinge a non fermarci, ad abbandonare ciò che sembra perfetto, a viaggiare. Il Wild non da tregua, commenta Cacucci, in Un pò per amore, un pò per rabbia. E’ lo stesso London che chiarisce. Ed è il pensiero con cui mi piace chiudere su g&f questo strano duemilaotto. Il perchè lo capirò solo io. O forse no.

(…) il wild l’offende perché il wild è movimento: gela l’acqua per impedirle di correre al mare, succhia la linfa degli alberi per assiderarli sino in fondo al cuore possente; e, più spietato e terribile ancora, s’accanisce contro l’uomo e lo schiaccia riducendolo all’obbedienza: l’uomo, il più irrequieto di tutti gli esseri viventi, sempre in rivolta contro la legge irrevocabile che ogni movimento debba infine arrivare all’immobilità. (…)

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