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Il passato che (a volte) riaffiora.

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Ieri ero al Poli di Milano e la cosa mi ha fatto un certo effetto.

Notaesplicativauno: mi sono laureato al Polimi nel novantatrè.
Notaesplicativadue: non mettevo piede al Poli da circa dieci anni. Pensa.

Ero al Poli per presentare l’azienda per cui lavoro (oggi) ai laureandi, e le opportunità professionali legate al mondo dell’IT per l’industria. Poi, terminata la presentazione, ho deciso di fare quattro passi. Per il campus (oggi: Campus Leonardo. Ieri: “il Poli”).

Quindici anni dopo, Ingegneria è sempre la stessa. Stessi edifici, stessi viali, stesso grigio. Qualche differenza l’ho notata, certo. Due studenti su tre vanno in giro col portatile. A miei tempi c’erano le calcolatricine. La libreria (CLUP) è stata spodestata. Per far spazio al bar (adesso la CLUP è al di là del campus, fuori Architettura, e non ci ha neppure guadagnato in spazio). Un vecchio ufficio è diventato PoliPlacement. Ma per il resto, stessa grigia atmosfera.

Anche Architettura è sempre la stessa. Preparativi per la manifestazione di sabato. L’Onda. Per l’autogestione. Assemblee. Tutti termini sconosciuti nella vicina Ignegneria. Le cose sono sempre andate così, al Poli (Architettura iperprogressista; Ignegneria iperconservatrice), e così sempre andranno.

Se tornassi indietro, non so. Probabilmente niente Poli. Andrei in Bocconi, dove tre anni fa ho preso un MBA, e che mi è rimasta nel sangue assai più dei cinque anni trascorsi in Piazza Leonardo. Il che è interessante. Dopo le superiori non avevo diubbi. O Ingegneria o morte. Adesso di dubbi ne ho. E non pochi. Ed è interessante, dicevo, notare come le certezze dei vent’anni si trasformino inesorabilmente in casino mentale dei quaranta.

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