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November, 2007 Archives

London calling.

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London
London, uploaded by giusec.

L’abito fa il Monaco.

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Signore Bavarese
Signore Bavarese, uploaded by giusec.
 
Monaco. Baviera. La neve è arrivata qualche giorno fa. Ha smesso. In compenso c’è un freddo inaudito. Così, scesi dal taxi, camminiamo il minimo indispensabile e ci infiliamo senza parlare nel primo ristorante a vista. Ristorante bavarese. Cibo bavarese, costumi anche, musica pure. Fumano, il fumo qui non è ancora stato vietato. Usciamo, ci spostiamo rapidamente, la temperatura è scesa ulteriormente, i mercatini natalizi ormai chiusi ci fanno rallentare ma non fermare. Taxi, hotel.
 
Passa un giorno, sono già in aeroporto, trovo una copia del Corriere nella Lounge Lufthansa, incontro la reincarnazione di De Chirico, prendo il primo volo per Londra.
 
Itrov.  

Joburg

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Lascio l’inverno. Milano. Nove ore. Mi aspetta l’estate. Johannesburg. Joburg, per gli amici. La giornata passa, in ufficio. Le aziende (anche la mia) sono tenute ad assumere almeno il trenta per cento di neri. Che rappresentano il novantadue percento della popolazione del paese.

Il BEE – Black Economic Empowerment Act – prevede infatti che solo le aziende conformi possano fare business col governo. Oltre al trenta percento dei dipendenti, le aziende devono vendere circa un quarto della loro proprietà ai black. Potete capire perchè gli imprenditori bianchi siano incazzati neri. La storia del trenta percento è particolarmente incasinata, per un’azienda di software. La popolazione di colore predilige, statisticamente, le professioni umanistiche. E’ un bel casino trovare ingegneri. Ma anche venditori. E gente di marketing. Figuriamoci esperti di software.

Per strada loro camminano. Loro, i neri, camminano. Dappertutto. Intendo dire. In città e sulle highway. Senza fretta. Camminano, camminano. Decine e decine di persone che camminano. Un sacchetto o una  bottiglia in mano. Dove andranno. Mah. Le auto attraversano la città. Loro camminano. Non usano bici. No trasporti. No car pool. This is Africa, mi dice il collega (bianco) che mi porta all’Hotel.

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Olympic Freedom.

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Olympic Airlines è sinonimo di libertà. Te ne rendi conto quando metti piede nel nuovo aeroporto di Atene (nuovo per me; l’ultima volta che avevo toccato suolo greco era circa il duemilatre). Eleftherios Venizelos. Che non è il celeberrimo subcomandante ribelle boliviano. Piuttosto, il nome del grande politico greco.

Dicevamo, entri al Venizelos e sei avvolto in una nube di fumo. Qui si può fumare. Unico aeroporto in Europa (credo) e uno dei pochi nella galassia. Altrove se vuoi fumare devi accontentarti dei cessi (o delle smoking boxes le scatole di plexiglass tanto simili a camere a gas). Qui invece vai ai cessi se vuoi respirare aria pulita. Libertà.

Poi sali in aereo. Nessuno controlla le cinture. Libertà. Nessuno chiede di spegnere i cellulari. Io ad esempio inviavo un sms a questi signori qui quando mi sono reso conto di essere già in moto. Libertà.

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Atene. Dalla finestra dell’Hotel.

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Atene. Questo è ciò che vedo. Dalla finestra dell’Hotel. Il Park Hotel. In centro. Partenone. Memorie del passato. Un presente assai più modesto. Per un attimo torna in mente 300. Frank Miller. Il corridoio. Le Termopili. Leonida. Potrei lanciarmi nel corridoio del sesto piano e bloccare i milioni di camerieri persiani che vogliono invadere la mia camera con refill del minibar e asciugamani puliti. Poi però i pensieri svaniscono. La stanchezza prende il sopravvento. Prendo l’ascensore. Salgo al bar dell’ottavo piano. Ho ai piedi la città. Ordino un drink.
 
La presa del corridoio-Termopili può aspettare fino a domani. 

L’osservatore.

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Passando quattro giorni su sette fuori Italia da mesi non sono più aggiornato sui fatti. Vedo, di sfuggita, il satellite e la RAI, in Hotel. Leggo le notizie italiane sui quotidiani stranieri. L’idea che mi son fatto, a voler semplificare, da osservatore esterno, è la seguente: c’è un poveretto che cerca disperatamente di mettere assieme i frammenti di una coalizione che sta per disintegrarsi. C’è una coalizione che rispecchia più che mai la sua profonda natura di sinistra (il casino. E’ risaputo, del resto, che siamo dei grandi oppositori, ma che ci riveliamo puntualmente degli incompetenti una volta al Governo). E poi c’è un certo signore che fa i suoi show settimanali, ci assicura quotidianamente della caduta dell’esecutivo, distribuisce sondaggi, riprende gli alleati descrivendoli come dei ragazzini invidiosi (e, penso, Casini i suoi cinquant’anni ce li avrà pure, ormai), racconta barzellette, si accompagna di seguaci rosse e in minigonna preoccupate dello stato dei cani randagi in Sardegna.

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