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Attraverso Frank Sinatra boulevard e mi immetto su Bobe Hope Drive fino all’incrocio con Borders (come dire: attaverso viale Claudio Villa e mi immetto su via Jerry Calà fino all’incrocio con la Feltrinelli). Il tempo di comprare due libri e sono in auto, diretto verso la costa.

La interstate dieci per Los Angeles ha sette corsie. Due a pagamento. Vuote. Una per il carpool. Basta essere in due in auto e si fa parte di quel meraviglioso mondo che è il carpool. Il resto delle corsie è per i comuni mortali. In Italia molti sarebbero sulle corsie a pagamento. Il carpool resterebbe probabilmente vuoto.

I nomi dei paesi attraversati suonano familiari. Ero stato da queste parti otto anni fa, in vacanza. Cabazon. Riverside. Joshua Tree. Indio.

Basta un’ora di strada sulla I10 e la temperatura passa da trentasei a sedici gradi. In un certo senso mi riabituo, mentalmente, alle temperature europee. L’attesa al John Wayne Airport è minima. Lo status di Frequent Traveler mi garantisce ancora una volta priorità sui comuni mortali. Al ristorante mi prenotano un posto a nome Joel – mi era capitato di tutto: Joe, Giussepe, Joseppe, Guisepi – Joel mi mancava ancora.

Ad Atlanta finisco in mezzo ad un gruppo di odontotecnici di rientro da qualche Convegno su protesi e gengive. A giudicare dai discorsi sembra che la categoria non eccella in quoziente intellettivo, ma tant’è.

Malpensa è familiare e così il caldo e il cielo argentato dell’agglomerato. Verrà il giorno in cui ci trasferiremo da un continente all’altro con una qualche macchina spaziotempo e potremo scegliere se sederci accanto a un odontotecnico o a un replicante, splendido risultato degli ultimi studi sui bioinnesti cibernetici.

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