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Cacche e borghesia.

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Sette e mezza del mattino. Faccio due passi dalle parti di piazza Aspromonte.  Non è mia abitudine fare due passi in piazza Aspromonte alle sette mezza del mattino, ma non è questo il punto. Ho vissuto qui per quasi cinque anni e ogni angolo mi è estremamente familiare. A ogni passo riesco a predire cosa vedrò. E cosa mi aspetterà nei prossimi nanosecondi. Potrei camminare a occhi chiusi.

Qui battono le lucciole nigeriane, dalle sei della sera in poi. Qui invece le ultraquarantenni italiane. Qui, infine le ultraquarantenni italiane mattutine (le precedenti appartenevano alla categoria serale). Questo è il bar delle gang slave. Queste le panchine dove si siedono gli extracomunitari. Quelle le panchine dei barboni. Quelle in fondo invece le panchine delle mamme e delle tate coi rispettivi pargoli. Qui è dove il mio (allora) coinquilino trovò il tossico in un sonno beato. E profondo. Dentro la sua auto. Lì dove i tossici fanno due chiacchiere e si passano i tools del mestiere. Là c’è il campetto di basket, che vede nascere furiose partite tra tossici e extracomunitari, almeno due sere a settimana.

Questa è la serie di hotel ad una stella. Il cui fatturato è generato per lo più dalle lucciole della zona. E da qualche spaventato turista. Tutto attorno, le cacche dei quadrupedi. Centinaia di cacche. Bisogna fare la gimcana, qui, per tornare a casa con le suole intatte.

Ormai non vivo in zona Aspromonte da più di dieci anni. E tra un mese mi trasferirò in un bel quartiere residenziale costruito dal famoso architetto nipponico con verde, giardini privati, fontane, telecamere e vigilanza. 

Sarà. Ma l’atmosfera diciamo così, alternativa, di Piazza Aspromonte mi manca. E mi stupisco di scoprire quanto io sia diventato borghese. Ormai.

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