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September 2006 Archives

Leipzig (Lipsia).

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Lipsia (Leipzig) è una città ah occhei. Tu vai a Parigi. Londra. Mosca. Lo dici che vai a Parigi. Lo dici a tutti che stai per partire per Parigi. E noti una certa invidia. Nei tuoi interlocutori. Lo sai che vorrebbero essere al tuo posto. Anche se poi non ti muoverai dall'Hotel a due passi dallo Charle de Gaulle e non vedrai altro che aerei e torri di controllo e taxi e ancora aerei e aerei e aerei. Se stato a Parigi, baby. Lipsia invece no. Tu dici che vai a Lipsia e tutti ti rispondono ah, occhei.

Lipsia non si sa bene dove sia sull'atlante geografico. Si sa che è a Est. In Germania. Est. Da qualche parte lassù. Dopo una settimana non ho ancora ben chiaro dove cazzo sono. Berlino. No, un pò più giù. A destra, giù, giù.

Lipsia è una città fantasma. Arrivo alle dieci di sera da Monaco e la città è deserta. Un'epidemia o un attacco dei tecnodroidi. Penso. E invece no, Lipsia è così. Vuota. Qualche bici. Nessuna persona in giro dopo il tramonto. Qualcuno passeggia nel centro postsovietico. Molta gente nei ristoranti. Lipsia è un pò triste. Lipsia è una città fantasma.

Veritas Airways.

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Entro. Aereo. Prendo posto. Sistemo il bagaglio. Cintura. Cellulare. Pochi minuti prima della partenza.

GOOD morning, ladies and gentlemen. We are delighted to welcome you aboard Veritas Airways, the airline that tells it like it is. Please ensure that your seat belt is fastened, your seat back is upright and your tray-table is stowed.

Tavolini chiusi. Cinture allacciate. Cellulari spenti. Sicurezza. Credo. Sicurezza. Interferenza con gli strumenti di volo. Immagino. E poi le cinture. E i salvagenti gonfiabili. In caso di ammaraggio. Emergenze e sicurezza, già. Leggo. Leggo l'articolo dell'Economist [Welcome Aboard, link, a pagamento] e alcuni dubbi si chiariscono. "Veritas Airways". Si immagina di volare con una compagnia dove tutti i segreti del volo sono svelati.

Your life-jacket can be found under your seat, but please do not remove it now. In fact, do not bother to look for it at all. In the event of a landing on water, an unprecedented miracle will have occurred, because in the history of aviation the number of wide-bodied aircraft that have made successful landings on water is zero.

E anche il dubbio sulle interferenze dei cellulari è finalmente chiarito.

Storiche cazzate.

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Sulla scia degli ultimi avvenimenti di Budapest - la rivolta e gli scontri causati dal fuori onda del primo ministro che afferma innocentemente di aver mentito alla popolazione per anni - BBCNews fa l'elenco dei più noti gaffeurs del pianeta. E inserisce tra questi - maddai. Chi l'avrebbe mai detto - il signor Silvio Berlusconi.

Berlusconi's tongue has often got him into trouble

Che si conferma ancora una volta uno dei più imbarazzanti personaggi della storia politica contemporanea. Un re, anzi un imperatore, delle cazzate.

Dubaiaggregator.

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Eccola. La raccolta di tutti i post e fotoset su Dubai e gli UAE. Utile per chi si accinge a fare un salto negli Emirati. Per chi vuole saperne di più su come comprar casa sulle palme artificiali di Dubai. Per chi crede che Dubai sia il passato remoto di un arcaico verbo italiano. O per chi preferisce viaggiare seduto comodamente sulla poltrona di casa.

Post.

  • Investire a Dubai [link]
  • Melting pot [link]
  • L'ombelico del mondo [link]
  • Alcol agli assetati [link]
  • Niente foto, siamo a Dubai [link]
  • Good morning, Dubai [link]
  • Eredità libanese [link]
  • - Mille e una etnia [link

Fotoset.

  • Dubai fotoset 2006 [link]
  • Dubai fotoset 2006 [link, via Flickr]
  • Dubai fotoset 2005 [link, il post]
  • Dubai fotoset 2005 [link via Flickr]

Investire a Dubai.

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Compri casa? Soggiorno permanente. No. Non è uno scherzo. Per incentivare l'acquisto di appartamenti e proprietài, guarda che s'è inventato l'Emiro. Chi acquista ha diritto ad una permanent visa. Che può sembrare una proposta priva di interesse per chi proviene da Milano, Barcellona o Dusseldorf. Ma non per tanti altri abitanti del pianeta.

Filippini, Indiani, Pakistani - ma anche Libanesi, Siriani [consulta post sulle etnie degli Emirati] - guadagnano a Dubai il triplo di quanto avrebbero messo in tasca nel proprio paese. Certo, non abbastanza per acquistare un appartamento. Ma capite quanto una permanent visa possa rappresentare un desiderio irraggiungibile.

Compri casa e ti tocca un permesso di soggiorno. Permanente. Bene. Ma quanto costa comprare casa a Dubai. Ho qui (casualmente) un quotidiano immobiliare. Inizio a leggere. Leggo.

Dubai, il fotoset.

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Senza le limitazioni morali, culturali e religiose degli Emirati, Flickr riprende a funzionare non appena rimetto piede a Milano. Eccole, le foto. Le torri in costruzione, il Burj Al Arab (il famoso hotel a vela), la sala per le preghiere in fiera, i servizi dei ristoranti con minidoccia e così via.

Qui l'intero set, via Flickr.

Melting pot.

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[Ieri notte] Cena. Dubai. Ristorante polinesiano. Sono con cinque libanesi e una italiana. Bevo un mojito. Tre inglesi cantano dal vivo i Buena Vista Social Club. Il cameriere malese ci porta gli antipasti. Il barista spagnolo mi serve una Corona. Si discute ad alta voce. Almeno quattro lingue da tre differenti continenti si intrecciano nella discussione ma nessuno sembra farci caso.

[Tempo dopo] Cena. Milano. Ristorante italiano. Sono con cinque italiani. Bevo un bianco. Tre italiani cantano dal vivo i Lunapop. Il cameriere piemontese ci porta gli antipasti. Il barista pavese mi serve una Corona. Si discute ad alta voce. Almeno quattro dialetti da tre differenti regioni si intrecciano nella discussione ma nessuno sembra farci caso.

Indovina. Indovina un pò, adesso, in quale delle due situazioni io mi trovo più a mio agio.

L'ombelico del mondo.

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Dubai. In auto. Dieci. No venti. Di più, di più. Trenta, quaranta. Forse di più. Un centinaio. Le nuove torri. Dubai Marina. Una città nella città. E' notte. Sembra di vivere in Bladerunner. Altissime. In costruzione. La laguna artificiale. Non riesco a distogliere lo sguardo. Trecento nuove torri sono in costruzione a Dubai. Si lavora giorno e notte. Pakistani. Indiani. Filippini. I lavoratori delle classi meno significative (seppure appartenenti alle comunità più numerose) dell'Emirato sono qui. Ventiquattrore su ventiquattro. Residenze di lusso, uffici. Già prenotati e pagati prima della consegna. E poi Burj Dubai. La nuova meraviglia. La torre di quasi un chilometro al centro della nuova downtown. La più alta del mondo. Termine lavori previsto nel 2008.

Un monolocale (studio) si aggira in questa zona sui settecentocinquantamila dollari. Si stima un raddoppio della popolazione - da due milioni a quattro - in pochi anni.

Allo stesso tempo le infrastrutture non sono potenziate, come si dovrebbe. Si sta costruendo il metrò, nuovi ponti, ma non basta. L'aeroporto sta per essere ampliato. Un nuovo aeroporto è già in progetto. Raddoppierà il numero di visitatori. E la città si avvierà al collasso.

Alcol agli assetati.

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Dubai. Al sushibar del Madinat Jumeirah mi guardano di traverso. Quando chiedo una Sapporo. Il solito idiota occidentale. Avranno pensato. Infierisco, ordinando una Corona (non mi serviranno nè l'una nè l'altra, naturalmente). Non si servono alcolici, a Dubai. A meno che non ci si trovi in un Hotel e non si dimostrino inequivocabili segni biancocaucasici. Così finisco per bere champagne senza alcol. E termino la cena con un buon sake caldo e analcolico.

La discussione sull'alcol è a dir poco controversa. Il Libro Sacro non vieta formalmente gli alcolici. Al contrario, permette di bere vino. Versetto sedici-sessantasette, per l'esattezza. In realtà il Corano è (come sempre accade) interpretato in modo assai personale. Così, è il proprietario del ristorante che permette la vendita di alcol nel proprio locale. Se è un avvinazzato, lo venderà. Altrimenti, nada.

Niente foto. Siamo a Dubai.

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Avrei voluto. Avrei voluto postare qualche foto di Dubai. Solite cose. Un grattacielino costruito in pochi mesi. Trecento torri - con altrettante gru - che rendono la città simile ad un agglomerato del terzo millennio. La sala per la preghiera in fiera. La doccia nei bagni del ristorante. Insomma, le solite foto. Proprio così.

E invece no. Flickr è bloccato dalle autorità degli Emirati Arabi. Anche l'uploading tool è fuori servizio.

We apologize the site you are attempting to visit has been blocked due to its content being inconsistent with the religious, cultural, political and moral values of the United Arab Emirates.

Valori. Religiosi, culturali, politici. E morali. E così sia.

Goodmorning, Dubai.

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Emirates. Il cibo non è male. Carne alla berbera o pollo alla marocchina. Due insalate. Vino rosso. Formaggino Belpaese (tipico formaggino degli Emirati Arabi). I sedili hanno lo schienale in legno, non so bene se sia legno, però è rigido, duro come una pietra, farà bene alla salute, si, farà bene, ma io chiedo un cuscino che c'ho già i dolori lombari. Ogni sedile ha il suo schermo. Toccandolo si abilitano i comandi. Lo studio per mezz'ora, l'italiano non lo trovo e così decido di ascoltare gli X-Men in arabo.

Dubai. Mezzanotte. Goodmorning. E' mezzanotte e la signora del controllo passaporti mi saluta. Goodmorning. Ha le mani tatuate. Sembrano caratteri arabi. Centinaia di caratteri le ricoprono le mani. Potrebbe essere un costume religioso, chessò io, la trascrizione di pagina quindici del Corano; o potrebbe aver dimenticato l'agendina del telefono e aver riscritto tutto sulle mani. Per non dimenticare. A Dubai gli europei non hanno bisogno di visto. Saluto la smemorata senza agendina e mi avvio direttamente verso l'uscita.

Dire che ci sono quaranta gradi non basta per dare l'idea del caldo. L'umidità è al trecento percento. In confronto Milano coll'afa e i trentacinquegradi di fine luglio è una Madonna di Campiglio. Mi infilo sull'auto di cortesia dell'Hotel. Pochi minuti. Arrivo a destinazione. In camera. Mi chiama al telefono. Joe. Per dirmi che sono il benvenuto. Meglio, il bentornato. Welcome back, dice Joe. Faccio un pò di conti. Sono stato nello stesso hotel. Era lo stesso hotel. Dieci mesi fa. Si. Il loro database funziona bene. O forse Joe ha una buona memoria. Magari se l'è scritto anche lui sulle mani. Chissà.

Si riparte. Dubai.

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C'è ancora caldo a Milano. Venticinque gradi. Circa. Un paio di giorni fa trentadue. Da non credere. Insopportabile. Fortuna che sto per partire. Non ne potevo più.

Dubai. Trentotto gradi centigradi. Cento fahrenheit.

Guerra alle mosche.

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Voi non ci crederete. Malpensa è invasa dalle mosche. Da una settimana. Giuro. Le ho viste. Con i miei occhi. Sciami di mosche. Truppe di mosche. Plotoni di mosche. In formazione di combattimento. Sembra che individui dal quoziente intellettivo di tutto rispetto (elettori di Forza Italia, senza dubbio) abbiano scaricato una certa quantità di carne avariata in una certa discarica abusiva di Busto Arsizio. Che, per chi non lo sapesse, è un anonimo paesone alle porte di Malpensa - o forse è Malpensa ad essere un anonimo aeroporto alle porte di Busto Arsizio, ma questa è un'altra storia. Morale, si diceva: invasione incontrollabile dei simpatici insetti.

Impossibile venirne a capo. Gli umani di Malpensa, Gallarate, Busto e zone limitrofe stanno per essere sopraffatti. Ci aveva provato anche il signor Mussolini, qualche annetto fa. C'è poco da fare. Loro volano, volano. E rappresentano anche una mirabile eccezione. Che, grazie agli scioperi, sono gli unici oggetti a volare ininterrottamente, di questi tempi.

Dubairicordi.

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Domenica. Tre giorni e si riparte. Dubai. L'ultima volta era Settembre. Duemilacinque. Quasi un anno fa. Vado a rileggere i miei vecchi post.

- Eredità libanese [link]
- Mille e una etnia [link]
- Dubai photoset [link, il post]
- Dubai photoset [link via Flickr]

Il blog serve anche a questo. Memorizzare. Ricordare. E, visto che ci sono, ne approfitto per la spesa di domani. Porto, pannolini, splintex, omogeneizzati alla trota del Caspio, Isipil.

I sindacati della nostra compagnia aerea di bandiera, di cui il sottoscritto è così orgoglioso e fiero, decidono uno sciopero per domani. Alcune fazioni del sindacato cambiano poi idea e puf! decidono di spostare lo sciopero al diciotto e ridurlo di intensità. Ma gli stoici della triade rifiutano la proposta. [Qui, via Corriere.it]

Lieto fine. Gli scioperi diventano due. Quello di domani (più di centocinquanta voli cancellati, un mio meeting andato a puttane e chissà quanti altri danni che non verranno mai rimborsati) e quello del diciotto settembre.

Alitalia. Scioperi uno, cancelli due.

Milanomillenovecentottantasette.

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Milanomillenovecentottantasette. Settembre. Il marmo del Duomo è scuro, quasi nero, non c'è ancora l'Isipil e la parola Osama evoca nell'immaginario collettivo pennarelli e altri utili oggetti di cancelleria. Diciannove anni. Appena arrivato in città. Due settimane prima avevo completato i test di ammissione al Politecnico. Mi consigliavano di non intraprendere la carriera di ingegnere. Non avrei dato loro retta. Avevo affittato un microlocale in Piazza Aspromonte. Una quarantina di metri quadri. Una reggia. Non potevo immaginare che anni dopo sarei andato a vivere in un appartamento quattro volte più grande. Alle porte dell'agglomerato.

A Milano fa freddo e c'è ancora la neve. Le nevicate bloccano Linate, unico aeroporto della città, costringono le scuole alla chiusura e danneggiano i palazzetti dello sport. Anni dopo la neve sarebbe del tutto scomparsa e non ci sarebbero state più differenze (climatiche) tra Milano e Bombay. Vado al Poli facendo due passi a piedi. Gran Sasso, Piola, Pacini. O, se le condizioni metereologiche sono particolarmente avverse, prendo il metrò. Una fermata. Milano ha due linee ed è la città più metropolitana d'Italia. Anni dopo avrebbero inaugurato la terza linea eppoi il passante ferroviario e ancora i collegamenti suburbani con le periferie.

In casa ho un telefono fisso. Fisso, nel vero senso del termine. E' fissato al muro. E' uno di quei telefoni grigi. Telecom [era SIP, in realtà, vedi commenti]. I numeri si compongono con la rotella. Anni dopo i cellulari e la fibra avrebbero cambiato la vita del genere umano. Non ho un PC. Nessuno ha un PC. A distanza di due anni avrei comprato il mio primo Olivetti. Grazie alle cambiali di mio padre. Anni dopo le cambiali sarebbero scomparse, per far posto a carte di debito e credito e a metodi più comodi di pagamento rateale.

Grand Hotel IEO.

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Due grandi istituzioni milanesi. Lo IEO (o il IEO o la IEO, insomma, l'Istituto Europeo Oncologico) e l'Ospedale San Raffaele di Milano. Hanno parecchie cose in comune. Sono due gioielli della medicina Italiana. Hanno assoldato i migliori medici e ricercatori. Sono noti nel mondo come centri di eccellenza. Sono strutture private convenzionate con il servizio sanitario nazionale. Hanno il parcheggio a pagamento.

Quest'ultimo punto le accomuna più di quanto non si immagini. E', come dire, un benvenuto. Welcome! Il parcheggio dello IEO è gratuito. Per i primi quindici minuti. Poi la rata è crescente. Si parte da un'euro e ottanta al sedicesimo minuto per salire su su, in base al tempo speso al centro. Certo, se non si desidera pagare si può organizzare la visita al malato in quindici minuti (e ricordiamolo: non si va certo allo IEO per diletto. O per farsi una birretta. O per stare tra amici. Si va perchè qualcuno ha ahimè a che fare con malanni ben poco piacevoli). Così, dicevamo, si può tentare la carta dei quindici minuti. Si parcheggia, si scappa in reception (ebbene, si: c'è la hall, con l'omino in reception, livrea stile Grand Hotel, che ti indirizza al giusto reparto), si chiede del malato, si corre su per le scale mobili e cazzo siamo già a otto minuti, si accelera e si raggiunge la stanza, ciao come te la passi ci si rivede stammi benone cerca di esserci la prossima settimana, si scendono le scale senza travolgere ultraottantenni con innesto flebodroide, si scappa al parcheggio, e diosanto sono già quattordici minuti, si entra in auto e via. Gratis.

Al San Raffaele, invece c'è la flat rate. Puoi stare dieci, cento, mille minuti ma paghi sempre la stessa cifra - due euro se non ricordo male - il che è molto più democratico, ma è pur sempre una richiesta da pezzi di merda considerato (ancora) che non si va lì per un drink e comunque non per scelta personale.

I vantaggi dell'homeworker.

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Checchè se ne dica (apro una parentesi. Dovuta. E' lecito dare inizio alle danze, cercate di seguirmi, è permesso dare inizio ad una frase, coll'aggravante che la frase da a sua volta inizio all'intero post, con checchè? E' una domanda non da poco. E Google non aiuta, visto che ogni ricerca si arena su siti gay e aree di influenza e cultura omosessuale), dicevamo, checchè se ne dica, lavorare da casa ha i suoi porci vantaggi.

Viaggio almeno tre giorni alla settimana. Per tre, quattro giorni se va male, alla settimana ho a che fare con aeroporti, hotel, idiomi, paesi lontani dal suolo natìo (apro una seconda parentesi. Si usa ancora natìo? O è un retaggio leopardiano?). Si diceva. Quando non ci sono voli prenotati, se non ci sono meeting, quando non ci sono assunzioni o licenziamenti, se Conferenze o Fiere non sono in agenda, allora non ho nessuna ragione di andare in ufficio a Milano. Lavoro dalla grotta. Direttamente da casa. Cablata in fibra, non condizionata ma ben areata, ottimamente illuminata, tecnologicamente all'avanguardia - sebbene temporaneamente condivisa con la prole - la grotta offre un ambiente lavorativo di tutto rispetto. Così, lavoro da casa, me ne sto qui alle porte dell'agglomerato, e mi spingo nella sede Italiana della multinazionale solo in caso di estrema necessità (distribuzione dei ticket-restaurant, invio fax per prenotazione di un resort e così via).

Ora, si diceva, checchè se ne dica, lavorare da casa ha i suoi innegabili vantaggi. Il business-casual dei primi giorni (jeans - rigorosamente 501 acquistati in Texas a trentadue dollari scontati - e maglietta nera) si trasforma presto in pigiama-casual (o vestaglia-casual, per le signore). La barba resta intoccata per giorni. E' lo Steve Jobs-style.

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