Arrivare a Los Angeles da Austin è come prendere un volo da Poggibonsi a Milano. Intetndo dire, l'effetto che fa l'arrivo a LA dopo aver passato quarantott'ore nella pacifica Austin è devastante. L'aereo impiega venti minuti per attraversare la sola città e avvicinarsi al luogo dell'atterraggio. E' notte. Niente nuvole. Limpido. In basso una distesa senza fine di luci urbane e fasci colorati di neon.
Arrivo. Autonoleggio. Mi immetto sulla I-405, diretto a San Diego. Sono sull'highway a sedici corsie - otto per lato, quattro dedicate al Car Pool (auto con più di due passeggeri) e mi lascio trasportare dallo tsunami di auto diretto a Sud.
Qualcuno (Mike Davis?) affermava tempo fa che il centro del mondo - culturale, politico, finanziario - stava lentamente spostandosi, verso ovest. Londra, nel diciottesimo secolo. NY, nel diciannovesimo. LA nel ventesimo. Chissà. Forse quel qualcuno non aveva tenuto in conto lo sviluppo dell'Oriente. Ma l'impressione che fa LA ogni volta che la si sorvola è comunque quella: la città del futuro. L'agglomerato urbano multilivello dipinto in alcuni film di culto. Bladerunner, Strange Days, Nirvana.
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