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Prologo. Questo post è apparso nella raccolta PsA (Post sotto l’Albero) 2005. Ed è, nientepopodimeno, una storia estesa sull’ormai noto Omino.

A Istanbul mi è stato assegnato un autista. Personale. Intendo dire. L’azienda per cui son qui mi ha messo un autista a disposizione. Mi è venuto a prendere in aeroporto. Aveva il pezzo di carta col loghino dell’azienda. Come a Malpensa, maddai, come a Malpensa. Dove ho sempre pensato ma chi è quel gran coglione che si fa attendere dagli omini col loghino? Ecco, a Istanbul il gran coglione sono io. In silenzio, l’ho seguito. Mi ha portato in Hotel. Ha atteso diligentemente in reception. Mi ha riportato al lavoro. La sera era lì ad aspettare. Mi ha fatto fare un giro panoramico della città. Non parla inglese. Non parla francese. Non parla arabo. Non parla nessun’altra fottutissima lingua del pianeta.

Non so come si chiami il mio autista. E’ bassino, sempre elegante. Giacca e cravatta nere. Sembra una iena. Pelle chiara. Un turco chiaro. Non albino, chiaro. Ha un cellulare con la foto di una donna come sfondo. Bionda. Finta bionda. Truccata e in abiti colorati. La moglie, suppongo. L’ho chiamato Omino. Omino conosce tutte le fottute scorciatoie della città. Ci mette un’ora dove gli altri ce ne mettono otto. Omino è un asso.

Omino capisce solo tre parole d’inglese. Tenchiù. Hotel. Restoran. Ieri non sono riuscito a fargli capire che volevo andare a cambiarmi, in hotel. No. C’ho provato, giuro. Non c’è stato verso.

I go hotel. Go hotel please. Hotel. Io cambiare. Change me stesso hotel. Io hotel.

Niente. Nada. Mi ha portato a fare un giro lungo il Bosforo. Il ponte, la moschea. L’Europa e l’Asia. L’Europa qui, l’Asia lì. I due mondi. Vicini e lontani. Omino si fermava per farmi fare le foto. Diceva cose. Descriveva i monumenti. Credo. In Turco. Io tornavo all’attacco, ogni tanto.


Hotel. I go hotel please. Please hotel go. Hotel andare vamos go hotel. Go go go.

Niente da fare. Giro pazzesco del Bosforo, poi ristorante. Kebab. Buono il Kebab. Omino è rimasto fuori due ore ad aspettare. Il giorno dopo mi son detto: è quasi Natale, sono a Istanbul, due più due fa quattro, compriamo qualche regalo.

Christmas. Gift. Io comprare regalo. I wanty to buy. Shops. Regalos. Vamos a comprar. Dinero. Yo tengo dinero.

Niente. Nada. Omino è stato irremovibile. Altro giretto sul Bosforo. Il ponte, la moschea. L’Europa e l’Asia. L’Europa qui, l’Asia lì. I due mondi. Vicini e lontani. Ristorante. Pesce. Mica male il pesce.

Il giorno dopo ancora son tornato all’attacco. Nuovamente. Cazzo. Parlo tre lingue. Riuscirò a spiegare a Omino le mie fottute ragioni.

Omino, it’s Christmas. Tree. Arbre. Babbo Natale. Christmas father. Papa Noel. Io comprare. Regalos. Children. Wife. Family. Familia. Tengo familia.

Omino si è diretto verso il Bosforo e stavo quasi perdendo ogni speranza quando il lampo di genio. Il genio. Cosa è il genio. Vedo l’arbre magique. Il pino verde alla menta. Glielo indico. Lui si ferma, improvvisamente. Arbre! Si, arbre! Christmas tree! Arbre, arbre, cazzo arbre! Perchè non ci ho pensato prima? Omino fa un testa coda. Cambia direzione. E’ fatta, è fatta, porca puttana, è fatta. Mi illudo. Un’altra dose di Bosforo. Il ponte, la moschea. L’Europa e l’Asia. L’Europa qui, l’Asia lì. I due mondi. Vicini e lontani.

E poi al ristorante. Un vegetariano. Servono specialità turche. Involtini di pino. Alla menta.

Comments

Vengo molto spesso ad Istanbul, carinissimo il racconto, un po caricato, ma quanto vero… bravo!!!!

Grazie Bruno. Immagino che tu vada per lavoro. Chissà che non abbia un Omino anche tu.

Ciao, rientro dopo mesi, memore del raccontino. Devo inviare il sito a qualcuno per far capire dei concetti e trovo il tuo commento.
Io vado molto spesso principalmente perche la mia compagna abita li e cerco di sviluppare business nel contempo.
Immagina quindi quante ne ho viste !!!!

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