Dubai. Ho appuntamento alle dieci ma me la sono presa comoda che tanto gli arabi hanno un concetto della puntualità originale e relativo. Così sono arrivato nella lobby e sono già le dieci e trenta e non c'è anima viva in giro e ne approfitto per prendere un caffè. Uno stormo di cameriere thailandesi - elegantissime - si aggira per i tavoli e serve caffè e bevande dai nomi impronunciabili inginocchiandosi ai lati dei tavolini. Enjooooy your miiiilk (e by the way, la cosa ha un certo fascino e decido che a Milano chiederò alla cameriera del Movida di inginocchiarsi per servirmi l'aperitivo).
In ventiquattr'ore a Dubai ho visitato la Free Zone dietro l'aeroporto, ho fatto un salto al Gitex, lo SMAU del Medio Oriente, ma che dico lo SMAU, figuriamoci lo SMAU, la fiera italica in confronto è una sagra paesana. Donne col velo e occhiali da sole fashionable ipertecnologiche ai PC, l'occidente e l'oriente che si mixano davanti ad un Windows XP. Eppoi ho visitato il World Trade Center, pranzato al ristorantino arabo, segato una candidata libanese alla posizione di marketing manager per il Medio Oriente, cenato al ristorante libanese Notti Arabe, fumato il pipone all'essenza di fragola, visto le fondamenta di quello che sarà il più alto grattacielo del mondo.
Dubai è la meraviglia mediorientale del ventunesimo secolo. La risposta alle nostre Londra, Parigi, New York, Barcellona. Dubai ha ereditato il futuro di Beirut. E' ciò che la città libanese aspirava ad essere trent'anni fa e che a causa dell'invidia Siriana non è mai potuta diventare.
Sono le undici, i miei colleghi arabi saranno incasinati nel traffico di Dubai, le cameriere thailandesi si inginocchiano con eleganza sulla moquette, io mi bevo un caffè turco medium sugar e penso al cazzotto che mi prenderò sul muso chiedendo ad una cameriera italica di inginocchiarsi elegantemente sulla moquette per servire un bicchiere di arneis.
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