Sestri Levante. In inverno è un paesello. Un paesello, si. Come tanti altri. Un paesello di provincia. Come tanti ma tanti altri paeselli che sopravvivono o prosperano sul regio suolo italico. Poche migliaia di anime. Con tutti i problemi di un paesello che si rispetti. Le panchine di qua. La piazza sporca di la. Il carrugio di giù. Lo squalo bianco al largo di giù. Esattamente ciò che accade in tanti altri paeselli d'Italia. Squalo incluso. E poi arriva l'estate. E niente più è uguale a prima.
In estate Sestri si trasforma e diventa una megalopoli posturbana di diciassette milioni di abitanti. Diciassette. Milioni. Che brulicano. Vivono. Respirano. Si muovono. Da qualche migliaia a diciassette milioni. Così. Improvvisamente. Ieri duemila. Oggi diciassette milioni. Così. Con tutti i problemi che potete facilmente immaginare. La tredicesima linea del metrò che avanza. Le favelas nella zona suburbana a nord. Le gang che appestano la squallida periferia dell'agglomerato. Tangenziali ovest, est, sud e nord intasate, sette giorni su sette. Squali bianchi che si drogano. Suicidi in massa, depressione tra i giovani, nuove tendenze, fiere e high-tech, centri sociali e rave party nei sotterranei della megalopoli. Insomma, normale amministrazione. Diciassette. Milioni. Esattamente ciò che accade a Rio de Gianeiro. O chessò io, a Sao Paulo. O Ciudà de Mecsico. O Calcutta. O Sestri.
E poi torna l'inverno. Sedici milioni novecentonovantotto su diciassette tornano a casa. I lavori del metrò si bloccano. Le favelas si svuotano. Le tangenziali vengono smantellate. Lo squalo bianco si disintossica.
E torna a fare la solita noiosa fottuta vitaccia di sempre.
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