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Copenaghen. Anzi, no. Copenhagen. L’acca al posto giusto. Please. Dieci gradi. Piove. Vabbe’. Sempre meglio dei trenta di Milano. Aeroporto. Taxi. Trecento corone. Corona. Che e’ la corona. Perche’ hanno le corone. Quanto sara’ una corona. Geco6 mi suggerisce via essemesse un cambio di uno a tre, ma la cosa e’ impossibile, non puo’ essere, ma no, suvvia, un taxi non puo’ costare milleottocento euro (*). Eppero’. Se fosse davvero cosi crollerebbero tutte le teorie del signor Silvio B., l’euro stronzo, e le massaie, e la spesa oculata e i playboy e il benessere e le vacanze e il PIL e tutto questo genere di cose.

Arrivo in hotel. Non c’e’. La reception. Non c’e’. Sparita. Non c’e’ la reception. E non c’e’ anima viva. Sembra di essere a Milano a ferragosto. E allora suono. Entro. Non c’e’ mica. La reception. C’e’ un tavolino pero’. Un tavolino rotondo. Una chiave. Una chiave a mio nome. La prendo. Salgo in camera.

Domani si inizia. E nel frattempo mi godo i dieci gradi. Prima di tornare nell’inferno meneghino.

(*) poi ho pure scoperto che una corona e’ zero-punto-tredici euro. Una corona. Zero punto tredici. E mi sono sentito risollevato. Parecchio.

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